Mosca, 1 ottobre 2026 – Il presidente Vladimir Putin è intervenuto alla sessione plenaria del XXIII incontro annuale del Club di discussione internazionale «Valdaj». Il tema di quest’anno è «Responsabilità per il futuro: limiti del possibile o possibilità illimitate?».
La discussione è stata moderata da Feodor Lukjanov, direttore per l’attività scientifica della Fondazione per lo sviluppo e il sostegno del Club di discussione internazionale «Valdaj».
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Feodor Lukjanov: Cari amici! Egregi ospiti!
Sono lieto di darvi il benvenuto alla sessione plenaria del XXIII forum annuale del Club di discussione internazionale «Valdaj». Sono lieto di invitare in sala il Presidente della Federazione Russa Vladimir Vladimirovich Putin.
Vladimir Vladimirovich, benvenuto!
Siamo molto lieti che, come negli anni precedenti, abbiate trovato il tempo e l’opportunità di incontrarci.
Gli incontri del «Valdaj» sono, naturalmente, sempre ricchi di contenuti. Ma, a quanto pare, in linea con le dinamiche globali, stanno diventando sempre più densi e intensi; anche l’atmosfera si fa sempre più vivace, per così dire.
Quest’anno, se dovessi cercare di sintetizzare i concetti chiave di quell’incontro, di quel forum che si è svolto negli ultimi tre giorni, direi: cambiamento – è chiaro che tutti noi vediamo che il cambiamento sta avvenendo letteralmente in ogni ambito dell’attività umana; responsabilità, perché maggiore è il cambiamento, meno chiara è la comprensione dello sviluppo futuro, maggiore è la responsabilità di ciascuno per tale sviluppo; e il terzo concetto, che può sembrare sorprendente, e su cui abbiamo avuto anche intense discussioni, è quello della calma.
Il nostro rapporto, che prepariamo annualmente, quest’anno si intitola «Niente panico». In queste difficili circostanze, proponiamo di non fare la cosa più sbagliata, ovvero di non agitarsi.
Credo che, dal Vostro punto di vista, Voi abbiate una migliore comprensione di quali concetti internazionali siano attualmente più importanti, quindi sarei lieto di invitarVi a intervenire.
Vladimir Putin: Signore e signori! Colleghi!
Seguendo una buona tradizione, ci riuniamo al forum annuale del Club di discussione internazionale «Valdaj» per discutere le questioni globali più urgenti.
Ci siamo sempre impegnati non solo ad analizzare lo stato del mondo, ma anche a delineare i contorni del nuovo ordine mondiale emergente.
Sono convinto che il patrimonio intellettuale del Club e la lunga tradizione di dialogo diretto e franco torneranno certamente utili quando tutti noi – Est e Ovest, Nord e Sud – dovremo, prima o poi, trovare un’intesa sui principi per plasmare un nuovo ordine mondiale capace di garantire il progresso e lo sviluppo dell’umanità per i decenni a venire.
Purtroppo, dobbiamo ammettere che oggi ci troviamo di fronte ad altre sfide, ben più urgenti e pressanti. Sebbene il moderatore abbia parlato della necessità di placare gli animi, tali gravi problemi non sono scomparsi.
Le tendenze allarmanti che osserviamo sulla scena internazionale ci impongono di riflettere non solo su come organizzare le interazioni globali in modo più intelligente, efficace ed equo nel prossimo futuro – sebbene tutto ciò sia indubbiamente di fondamentale importanza – ma anche su come preservare la pace e la sicurezza globali ora, in una situazione in cui molte norme giuridiche consolidate sono state abbandonate e nuove devono ancora emergere.
Cosa si deve fare per evitare gli scenari più catastrofici? La responsabilità per il nostro futuro comune non è uno slogan astratto. È un insieme di azioni concrete volte a impedire che l’umanità precipiti sull’orlo dell’estinzione, evitando conseguenze irreparabili.
Il mondo ha raggiunto un punto di svolta decisivo nel suo sviluppo. E questo è ben lungi dall’essere solo una questione politica: la politica, come sempre, è il prodotto di profondi cambiamenti. Cambiamenti si stanno verificando in tutti i settori: praticamente in ogni ambito tecnologico, dalla struttura sociale delle società al clima, dalla medicina agli affari militari, dalla questione del futuro energetico ai cambiamenti demografici, dalla digitalizzazione universale e dall’intelligenza artificiale a modelli di sviluppo economico completamente nuovi – e l’elenco potrebbe continuare all’infinito. Nel loro insieme, questi cambiamenti creano le condizioni per una trasformazione qualitativa. Non siamo ancora in grado di valutarne appieno e in modo univoco tutte le circostanze e le relative conseguenze, anche solo perché i suddetti cambiamenti si stanno verificando simultaneamente e il loro impatto su società e Stati è contraddittorio. Ma di questo parlerò più avanti.
La portata dei cambiamenti già avvenuti e di quelli che devono ancora avvenire è semplicemente enorme, e sembra che ne siamo consapevoli. Non è un caso che si discuta così tanto del futuro, spesso con una forte vena di ansia dovuta all’incertezza e all’imprevedibilità. Ma sebbene l’umanità stia vivendo cambiamenti epocali, non ha ancora compreso appieno la portata della sfida che si trova ad affrontare. Questo è l’inizio di una realtà completamente nuova, totalmente inedita. Minacce e pericoli si intrecciano in modo indissolubile con opportunità e prospettive; è impossibile separarli. Il nostro intero modo di vivere sta cambiando.
Ribadisco ancora una volta: non si tratta solo, e nemmeno principalmente, di mutamenti negli equilibri di potere tra le grandi potenze o di una ridistribuzione dell’influenza economica e tecnologica. Tutto ciò è, naturalmente, importante e sta effettivamente accadendo. Ciò che conta davvero, tuttavia, è che questi cambiamenti toccano la natura biologica e morale degli esseri umani, incidono sulla nostra essenza più profonda e influiscono sul nostro stile di vita e sui fondamenti della nostra visione del mondo. La tecnologia sta aprendo, letteralmente, prospettive straordinarie per prolungare la durata della vita e migliorarne la qualità. Tuttavia, sta anche portando a un livello inedito le possibilità di distruzione dell’intera umanità, sia a causa di conflitti militari, sia per il rapido degrado ambientale o per la perdita di controllo sui processi tecnologici avviati.
È evidente che un’atmosfera del genere non può che provocare un crescente nervosismo tra individui e società, alimentando tensioni interne derivanti dall’incertezza e dalla mancanza di comprensione di ciò che riserverà il futuro. Una conseguenza è la turbolenza politica interna in molti paesi, soprattutto perché i sistemi partitici tradizionali riflettono sempre meno la struttura sociale in rapida evoluzione. Per qualsiasi Stato, a prescindere dalla sua struttura o dalle tradizioni culturali e storiche su cui si fonda, la stabilità interna – e credo che sarete d’accordo – è sempre più importante di qualsiasi altra cosa. Per preservarla, i governi possono intraprendere una vasta gamma di azioni, comprese quelle che influenzano la situazione all’estero, nei paesi e nelle regioni limitrofe, e persino nel mondo intero – in altre parole, purtroppo, esportando instabilità. Tutto ciò non fa che esacerbare, per così dire, acuire la tensione nel contesto internazionale.
L’esempio più lampante è la questione dell’intelligenza artificiale, con la quale dobbiamo ancora imparare a convivere e lavorare. In che modo il suo rapido sviluppo influenzerà lo sviluppo intellettuale dell’umanità, il suo patrimonio spirituale e culturale? Non è un caso che si discuta del concetto di «digitalizzazione dolce», ovvero del rifiuto dell’introduzione incontrollata di tali tecnologie in ambiti da sempre importanti e sensibili allo sviluppo morale umano. E gli aspetti socio-umanitari della diffusione dell’intelligenza artificiale vengono ora analizzati con ancora maggiore attenzione e approfondimento rispetto agli aspetti tecnici o economici. Gli esperti temono sempre più che la diffusione dell’intelligenza artificiale possa trasformarsi nell’ennesimo tentativo di ridurre tutti a un denominatore comune, alla spersonalizzazione, questa volta attraverso l’uso di algoritmi personalizzati. Un tale totalitarismo digitale si rivelerebbe un vicolo cieco, tetro e disumano quanto le società totalitarie che conosciamo dal passato.
Un’altra questione significativa, già attuale e destinata a diventare ancora più urgente nel prossimo futuro, è come gli Stati, nella transizione verso un contesto sempre più digitale, possano garantire la propria sovranità in questo ambito? Ovvero, come possono garantire la propria sicurezza e identità senza isolarsi dal progresso globale e rimanere indietro nello sviluppo tecnologico?
Un altro ambito in cui scienza e tecnologia stanno cambiando radicalmente il mondo è la capacità umana di intervenire profondamente in ciò che prima era considerato prerogativa del Creatore: la modificazione genetica del corpo, l’influenza sullo sviluppo della personalità, la programmazione del comportamento umano e persino delle modalità di pensiero. Paesi e comunità devono unire le forze per cercare congiuntamente soluzioni universalmente accettabili a queste questioni esistenziali, estremamente delicate e cruciali.
Stanno emergendo anche nuove comunità internazionali, nate dall’attuale situazione globale. Indubbiamente, esse promettono molto, siano esse associazioni regionali o strutture globali come i BRICS. Tuttavia, bisogna riconoscere che tutte devono affrontare un lavoro significativo per definire la propria funzionalità, i campi di applicazione ottimali e i limiti delle proprie capacità. Aspettarsi che strutture relativamente recenti plasmino rapidamente il mondo che le circonda e il suo modello multipolare è certamente irrealistico; si tratta di un percorso lungo e arduo, pieno di incognite, ma che senza dubbio porterà a dei risultati.
Questo significa forse che siamo condannati al caos? No, è certamente prematuro emettere un simile verdetto. In generale, un mondo governato da norme e istituzioni regolamentari chiaramente definite, un mondo, per così dire, ordinato, è un’invenzione recente, risalente al secolo scorso. Tutti i secoli precedenti se la sono cavata senza. Il risultato, come sappiamo, è stato, per usare un eufemismo, variabile: arroganza, invidia e avidità sono sempre state presenti nella politica mondiale e lo sono ancora oggi.
Ciononostante, le potenze responsabili hanno sempre gareggiato in un modo o nell’altro, ma hanno anche collaborato, costruendo e consolidando sistemi di relazioni tra di loro e con altri Stati più piccoli e, nel complesso, si sono generalmente adoperate per mantenere la stabilità.
Ora, sullo sfondo di una crisi istituzionale e del degrado del diritto internazionale, le grandi potenze si trovano ad affrontare enormi responsabilità, commisurate alle loro enormi capacità. Tali Stati possiedono il potenziale per azioni che potrebbero cambiare istantaneamente le tendenze globali verso una maggiore prevedibilità e sicurezza o, al contrario, portare all’aggravarsi, all’esacerbazione e al collasso di tutti i problemi. Questo potenziale è moltiplicato dalle nuove tecnologie già menzionate, ed è chiaro che il futuro del mondo intero, e quindi di ogni persona, dipende dall’efficacia della gestione del rischio durante periodi di cambiamenti radicali.
La mancanza di regole universalmente accettate, di una comprensione del principio di sicurezza uguale e indivisibile, o l’abolizione di tale principio, spesso conduce a comportamenti egoistici e, in alcuni casi, a tentativi aggressivi di ottenere vantaggi unilaterali, esacerbare la confusione e sfruttarla per i propri fini. La politica globale ne offre esempi quasi quotidianamente. Ogni tabù immaginabile viene violato – non li elencherò tutti ora, ma credo che i presenti in questa sala lo comprendano perfettamente. Sono profondamente convinto che una questione complessa come le relazioni internazionali richieda tuttavia attenzione, rispetto non solo delle leggi adottate, ma anche, come dicono i giuristi, del diritto consuetudinario, ovvero non solo della lettera, ma anche dello spirito della legge, delle pratiche consolidate e generalmente accettate.
I confini morali ed etici e il comune senso di decenza sono tuttavia importanti, perché il loro rispetto crea la possibilità di almeno un dialogo. Al contrario, la sistematica incapacità di rispettare gli impegni, l’inganno, la trasformazione della comunicazione in farsa, ogni discussione significativa in propaganda, la derisione dimostrativa dei fatti e la loro distorsione per ottenere vantaggi a breve termine, distruggono le fondamenta stesse della coesistenza internazionale.
Tali pratiche, per così dire, nella gestione degli affari internazionali sono miopi e pericolose. I vantaggi temporanei ottenuti in questo modo possono trasformarsi in fallimenti a lungo termine e, soprattutto, peggiorare la situazione per tutti, poiché l’interconnessione del mondo rimane. Il principio «la forza fa la saggezza» sembra talvolta guidare alcuni attori internazionali, fiduciosi nel propro eccezionalismo politico-militare, economico e, a loro dire, morale. La storia ci insegna bene che questo non porta mai a nulla di buono.
Mi allontanerò brevemente dall’argomento principale. Qui presenti ci sono persone con punti di vista molto diversi sull’attuale conflitto, quello ucraino, e sulle sue cause. Vorrei dire qualche parola a riguardo. Sì, e centinaia, se non migliaia, di esperti – vostri colleghi – che studieranno i documenti di questo incontro del Club di Valdaj hanno anch’essi le proprie opinioni in merito. So, naturalmente, che alcuni nella comunità degli esperti si chiederanno: la Russia parla di pace, ma ha iniziato una guerra. Mi sono già espresso su questo argomento molte volte. Lo ripeterò anche in questo incontro.
Dov’è la verità? La verità è che non volevamo lo scontro e non siamo stati noi a iniziarlo; sono stati loro, di fatto, a muovere guerra contro di noi. Avrebbero dovuto evitare di alimentare nazionalismo aggressivo e russofobia in Ucraina per trasformarla in uno strumento di lotta contro la Russia. La NATO non avrebbe dovuto cercare di integrare i nostri territori storici nel proprio spazio militare per i propri interessi, né pianificare l’installazione di basi in quelle aree. Non si sarebbero dovuti spingere gli estremisti di Kiev a compiere un colpo di Stato, né inondare di ogni tipo di arma offensiva il regime che ne è scaturito, illegittimo nei fatti. Non si sarebbero dovuti elaborare piani per la creazione di campi di concentramento destinati alle popolazioni del Donbass e della Crimea. Non si sarebbero dovute travolgere con i carri armati persone inermi, né colpirle con missili e bombardamenti aerei o bruciarle vive, solo perché russe – sia per origine etnica che per spirito.
L’elenco di questi comportamenti da evitare è lungo, ma mi fermo qui. Sono convinto che la Russia sia stata deliberatamente posta in una situazione in cui è stata semplicemente costretta – in risposta a questa palese aggressione – a difendersi con le armi. Ci hanno deliberatamente portato a questo punto. E in generale, non c’è bisogno di trasformare la russofobia, l’oppressione e l’uccisione dei russi e la distruzione della Russia in un’ideologia di Stato, e di porsi come obiettivo la sconfitta strategica della Russia. È così che è stato formulato il tutto, giusto? Nessuno l’ha dimenticato. Noi, almeno, non l’abbiamo dimenticato.
Se vogliamo vivere – tutti vogliono vivere – allora, come ho detto una volta in un discorso pubblico, viviamo in armonia e cerchiamo insieme il modo di realizzarlo. E costruire la fiducia, naturalmente, è un processo complesso e fragile; è molto difficile da instaurare e molto facile da distruggere.
Gli interessi anche dei partner più stretti non possono coincidere completamente. Cosa possiamo dire dei paesi che intrattengono rapporti di rivalità, di forte competizione e soprattutto di confronto?
Prima o poi, la situazione e il sistema internazionale raggiungeranno una sorta di equilibrio stabile. Si tratta indubbiamente di un processo complesso, multifattoriale e stratificato che richiede compromessi reciproci, adattamento reciproco e una valutazione lucida della situazione, anche da parte dell’Occidente. L’ex potenza egemone dovrà inevitabilmente riconoscere la realtà di un mondo multipolare – è inevitabile – e osservare le tendenze dello sviluppo economico globale. Dovrà imparare a cooperare con i paesi della maggioranza nel rispetto dei loro interessi fondamentali. Questo, naturalmente, non avverrà in tempi brevi. Dovremo vivere in un mondo estremamente instabile e mutevole. Il percorso verso un nuovo sistema sarà costellato di svolte e imprevisti – purtroppo, spesso spiacevoli e persino pericolosi.
E qui vorrei rivolgermi alla nostra storia nazionale. La Russia ha intrapreso un difficile percorso di trasformazione fondamentale, e questo processo è ancora in corso. Trentacinque anni fa, abbiamo assistito al crollo del sistema statale, una vera tragedia per decine di milioni di persone che si sono ritrovate improvvisamente «all’estero», e questo ha cambiato il loro destino, e quello dei loro figli. Sia qui in Russia che nei paesi limitrofi, tutto ciò ha portato a una trasformazione fondamentale, anche a livello globale.
Vorrei sottolineare una certa ingenuità, idealismo e forse persino negligenza da parte di coloro che hanno guidato il paese negli ultimi anni dell’era sovietica. La cieca fiducia nei partner occidentali, la credenza nella possibilità di una sorta di «accordi tra gentiluomini», in cui si supponeva bastasse fidarsi della parola altrui e concordare su qualcosa: ecco cosa ha giocato un brutto scherzo all’Unione Sovietica.
Col senno di poi, appare chiaro quanto questo abbia giocato un ruolo distruttivo non solo nel destino dell’URSS, ma anche nel garantire la stabilità globale a lungo termine. I leader sovietici volevano compiacere l’Occidente, mentre i leader occidentali volevano rimodellare il mondo a proprio piacimento e accaparrarsi, possibilmente, una fetta maggiore dell’eredità sovietica. Ne vediamo il risultato.
Il crollo dell’URSS fu il risultato di una combinazione di squilibri interni accumulati. Questo aspetto deve essere affrontato prima di tutto; è vero, si tratta proprio di squilibri interni, errori commessi da più di una generazione di leader del paese. Miopia, paradigmi ideologici ristretti e inadeguati al posto del pragmatismo, mancanza di professionalità e la tendenza a nascondere sotto il tappeto i problemi evidenti peggiorarono gradualmente e minarono la posizione interna e internazionale dell’URSS. E in definitiva, ne causarono il crollo.
Ciò che sta accadendo oggi nel mondo, i conflitti e gli sconvolgimenti attuali, sono in gran parte il risultato della riluttanza, dell’impreparazione o dell’incapacità dei politici, sia in Oriente che in Occidente, alla fine del XX secolo di affrontare seriamente e profondamente quest’epoca di cambiamenti epocali. Non si tratta di scaricare la responsabilità sui leader del passato; è la realtà.
Ma anche in quell’epoca ormai lontana, sia in Oriente che in Occidente, c’erano altre persone, altri politici, che comprendevano a fondo i problemi e, a mio parere, proponevano le giuste soluzioni. Le loro valutazioni, oggi, possono essere definite provvidenziali.
Sapete, ho già menzionato pubblicamente un paio di volte una figura politica della Germania Ovest di nome Egon Bahr. Era membro del consiglio direttivo del Partito Socialdemocratico di Germania.
Ve ne citerò solo alcuni. Sapete, quando ho letto dei suoi contatti con i vertici sovietici sia a Bonn che a Mosca, sono rimasto semplicemente sbalordito: sbalordito dalla sua perspicacia, intelligenza e conoscenza.
Vi riporto alcune delle sue dichiarazioni rilasciate nel giugno e nel febbraio del 1990, in un momento cruciale per il destino dell’Europa e del mondo intero.
La principale preoccupazione del signor Bahr era la minaccia di un continuo confronto in Europa dopo la riunificazione tedesca e il rafforzamento, cito testualmente, «dell’influenza di quei circoli all’interno della NATO che non sono affatto propensi a intraprendere la via della cooperazione paneuropea e a contenere il confronto». Questa è una sua citazione. Già allora si era reso conto dell’esistenza di tali circoli. Avrebbe dovuto saperlo, no? Durante i negoziati del 1990, Egon Bahr dichiarò, e citò anche questa frase: «Se non si prenderanno provvedimenti decisivi per superare la divisione dell’Europa in blocchi ostili, gli sviluppi potrebbero prendere una piega molto sfavorevole, condannando l’URSS all’isolamento internazionale». Anche questa è una sua citazione. E cosa fu proposto? Per inciso, vediamo che, proprio come aveva previsto e avvertito, alla fine è successo.
E cosa fu proposto per l’Europa centro-orientale? Fu proposta la creazione di un Consiglio di Sicurezza con la partecipazione sia degli Stati Uniti che dell’URSS, e con ampi poteri. Questo Consiglio avrebbe dovuto includere praticamente tutta l’Europa centro-orientale.
Tuttavia, dopo il crollo dell’URSS, le stesse forze che avevano preso il sopravvento in Occidente, come disse Egon Bahr, si dimostrarono realmente restie a intraprendere il cammino della cooperazione paneuropea. Nonostante i molti anni – e sottolineo molti anni – di tentativi della nuova Russia di integrarsi nella cosiddetta civiltà occidentale, in pratica fecero tutto il possibile per isolare e distruggere ulteriormente la Federazione Russa stessa, considerandola, nonostante tutti i cambiamenti politici interni, una componente fondamentale dello storico Impero russo. E continuano a ripeterlo in vari eventi e incontri: dobbiamo distruggere ulteriormente l’impero.
Tutto ciò ha portato all’attuale situazione, francamente, estremamente pericolosa in Europa e nel mondo.
Vorrei richiamare la vostra attenzione, signore e signori, sul fatto che, nella mia profonda convinzione, il signor Bahr all’epoca pensava esclusivamente al futuro dell’Europa, a quella stessa casa paneuropea di cui i leader dell’URSS parlavano a lungo, ma che purtroppo si limitarono a esprimere a parole.
In Russia, forse meglio di molti altri, sanno quanto sia difficile superare le conseguenze di crolli e catastrofi storiche, orientarsi in circostanze nuove e spesso sfavorevoli affidandosi all’istinto. Spesso abbiamo dovuto ricorrere a tentativi ed errori, reagendo al volo alle situazioni che si presentavano.
Non dimentichiamo mai, però, che una nazione ha bisogno di prospettiva, di una direzione verso il futuro. Senza il passato, naturalmente, non c’è futuro. L’eredità dei nostri antenati, che hanno costruito un grande e unico Paese, deve essere preservata e rafforzata. Senza un fondamento storico e il rispetto per la tradizione, nessuna società può esistere. Ma è vero anche il contrario: senza un futuro, il passato perde di significato. Per quanto grandiose siano state le conquiste dei nostri predecessori, non possiamo diventare un museo di glorie passate. La vera grandezza di uno Stato è impossibile senza la capacità di stare al passo con i tempi, idealmente, di anticiparli. La valorizzazione del nostro patrimonio, il suo sviluppo creativo in base alle nuove condizioni, è la migliore garanzia che la tradizione nazionale non diventi un reperto antico, un accessorio storico di moda o l’unico oggetto della nostra costante attenzione. Dobbiamo concentrarci sulla creazione di un ambiente vibrante e fertile per le conquiste future.
Quanto al futuro, molto è davvero avvolto nell’incertezza, con troppi fattori in rapida evoluzione e influenzanti. Ma una «tabella di marcia» per raggiungere questo obiettivo è certamente necessaria. Non si tratta di un’utopia, né di speculazioni astratte o di proiezioni di immagini ideali avulse dalla realtà, bensì di una valutazione realistica dei rischi, delle opportunità e degli obiettivi necessari. La Russia sta tracciando per sé un percorso di questo tipo verso il futuro e, naturalmente, è pronta a partecipare a questo lavoro insieme ad altri Paesi e popoli del mondo.
Ripeto, la portata e, soprattutto, la velocità dei cambiamenti in atto nel mondo sono senza precedenti. E dobbiamo riconoscere che il momento in cui nulla potrà più essere cambiato potrebbe arrivare molto rapidamente e inaspettatamente per tutti. Semplicemente, si scoprirà che la logica dell’escalation di dure reazioni reciproche porta a un’irreversibilità fatale.
Oggigiorno, la parola «escalation» viene spesso utilizzata per descrivere e prevedere vari conflitti globali: la riluttanza a impegnarsi in una diplomazia autentica, fondata sulla realtà e che tenga conto degli interessi di tutte le parti, spinge ad inasprire la situazione, ad alzare la posta in gioco, spesso a bluffare e a oltrepassare le linee rosse nella speranza di sopprimere e intimidire l’avversario, o di costringerlo a cedere. L’escalation delle ostilità e delle sanzioni non è una pratica nuova; è stata utilizzata in molti conflitti e non è mai unilaterale: le azioni provocatorie di alcuni incontrano la reazione di altri. In questo modo, la spirale si intensifica e le conseguenze devastanti si aggravano.
Alla radice dell’escalation – e non sto dicendo nulla di nuovo – ci sono l’arroganza e l’eccessiva sicurezza di sé. Questa è una strada che porta sull’orlo del disastro, soprattutto oggi, quando le principali potenze mondiali possiedono armi in grado di distruggere ogni forma di vita o, quantomeno, di portare la Terra a uno stato catastrofico. Possiamo essere certi che queste armi non verranno mai usate? Ovviamente no. Conosciamo tutti il famoso detto: se una pistola è appesa al muro del palcoscenico all’inizio di uno spettacolo, prima o poi sparerà. Dobbiamo tenerlo a mente ed evitarlo.
Quanto più intransigente è l’opposizione, tanto più apertamente viene dichiarato l’obiettivo della «sconfitta strategica» del nemico, tanto maggiore è la probabilità che la battaglia si intensifichi fino alla sua fase più brutale. Le leggi della lotta per la sopravvivenza operano non solo in natura, ma anche nelle comunità sociali, quando si trovano di fronte alla prospettiva di perdere la propria indipendenza, la propria dignità e persino il diritto di esistere.
Gentili signore e signori!
Ripeto: la formazione fondamentale di un nuovo ordine mondiale è inevitabile. Speriamo che ciò avvenga in un futuro non troppo lontano, ma per ora tutto sta accadendo troppo rapidamente e spontaneamente. Stiamo solo delineando, tastando i contorni del futuro.
Questo, naturalmente, non significa che dobbiamo restare inerti ad aspettare ciò che accadrà. Per raggiungere la fase creativa – e, come ho già detto, prima o poi arriverà – dobbiamo sopravvivere all’attuale momento di pericolo ed evitare che si concretizzino le minacce più distruttive.
Ritengo particolarmente importante sottolineare ancora una volta due aspetti che, a mio avviso, dovrebbero diventare oggetto di un serio dibattito per tutti noi a livello politico, tecnico, specialistico e persino filosofico.
Innanzitutto, si tratta della questione che ho già accennato: l’intelligenza artificiale. È in corso un dibattito globale sull’opportunità di adottare misure per rallentare deliberatamente la ricerca e lo sviluppo in questo campo, impedendo che la tecnologia sfugga al controllo umano. Si tratta di un argomento complesso che richiede un’attenta riflessione. La storia umana dimostra che il progresso tecnologico è inarrestabile, ma dobbiamo comprenderne le conseguenze, soprattutto per quanto riguarda l’utilizzo delle sue conquiste, anche in ambito militare.
Esistono già casi di intelligenza artificiale che prende decisioni basandosi sulla propria valutazione di ciò che è appropriato. Questo vale sia per le applicazioni civili che per quelle militari. Con la continua implementazione delle tecnologie di intelligenza artificiale, il loro ruolo aumenterà e gli algoritmi assumeranno responsabilità sempre maggiori. Inoltre, gli esseri umani, ovviamente, non possono competere con la capacità di una macchina di analizzare una situazione quasi istantaneamente. Tuttavia, gli esseri umani possiedono altre qualità: buon senso, intuizione, la capacità di prendere decisioni che potrebbero non essere ovvie, ma che alla fine si rivelano le uniche corrette e salvavita.
Sapete, vorrei raccontarvi una storia tratta dalla pratica sovietica, dalla realtà sovietica. Era il settembre del 1983. Il tenente colonnello Stanislav Petrov, specialista in missili, era in servizio di combattimento e ricevette un segnale dal sistema di allarme per attacchi missilistici. Negli Stati Uniti, sistemi simili sono in funzione da tempo. Il sistema rilevò il lancio di cinque missili balistici intercontinentali americani. Qualsiasi algoritmo avrebbe classificato questo come un chiaro motivo per un attacco di rappresaglia. Ma l’esperto ufficiale dubitò dell’accuratezza del segnale, sospettò un malfunzionamento del sistema, e aveva ragione. Se al suo posto ci fosse stata l’intelligenza artificiale, le cose sarebbero potute andare molto diversamente. Questo, a mio parere, è un esempio molto significativo.
I limiti dell’utilizzo delle tecnologie di intelligenza artificiale in ambito di sicurezza sono una questione di sopravvivenza umana. L’intelligenza artificiale contribuisce ad aumentare l’efficacia della guerra, il che porta anche ad un aumento della distruttività dei conflitti. È necessario un dibattito internazionale imparziale e professionale sui moderni metodi di conduzione della guerra: come preservare i confini umanitari e limitare le manifestazioni più brutali dei conflitti armati, associate alla crescita delle capacità distruttive. So che il vostro forum ha ospitato una sessione dal titolo che mi è sembrato molto appropriato: «L’etica della nuova guerra: umanità e disumanità».
In effetti, la disumanità dei conflitti moderni può essere compresa in due modi. Implica una crescente crudeltà e il disprezzo per le norme umanitarie. Implica anche nuove forme di confronto, in cui l’intelligenza artificiale e i sistemi autonomi giocano un ruolo sempre più importante nel combattimento, sostituendo gradualmente gli esseri umani, anche, e soprattutto, nei processi decisionali. Si tratta di un argomento vasto e complesso che richiede la massima attenzione. L’automazione e la digitalizzazione della guerra portano a una disumanizzazione della percezione, trasformando lo spargimento di sangue e la perdita di vite umane in una sorta di videogioco, una routine meccanica. E questo, per dirla senza mezzi termini, è un percorso verso la barbarie dell’umanità, accompagnato da discorsi di enorme progresso tecnologico.
Un tempo, alla fine del XIX secolo, nel 1899, fu la Russia a promuovere la Conferenza dell’Aia, che per la prima volta codificò le regole della guerra, la risoluzione pacifica delle controversie e l’umanizzazione del combattimento. Sì, certo, le vere e nobili idee allora enunciate non hanno protetto l’umanità dagli sconvolgimenti del XX secolo. Le guerre mondiali sembrano aver spazzato via le conquiste del diritto umanitario. Ma ora è giunto il momento di riaprire la questione delle regole del conflitto armato.
Non ci sono illusioni: le guerre sono sempre esistite nel corso della storia umana, e i conflitti armati esistono e probabilmente continueranno a esistere. Questa, purtroppo, è parte integrante dell’esistenza umana. Il servizio militare è la professione di coloro che difendono gli interessi del proprio paese, ma la professionalità in ambito militare richiede anche il rispetto delle norme umanitarie. L’esercito russo, ad esempio, si è sempre ispirato all’inviolabilità di queste norme e, ci tengo a sottolinearlo, non è mai stato il primo ad attaccare obiettivi non direttamente collegati alle infrastrutture militari del nemico.
L’aumento delle tensioni internazionali e l’escalation del confronto globale hanno un’altra conseguenza molto negativa a lungo termine, ed è questo il secondo fattore più importante su cui vorrei richiamare la vostra attenzione oggi: nell’attuale clima di conflitto, infatti, sono state sacrificate le soluzioni concrete ai problemi globali che affliggono tutta l’umanità. Questi problemi sono stati costantemente discussi fino a poco tempo fa, ma oggi sono stati in qualche modo dimenticati: clima, ecologia, povertà, disuguaglianza. Sono stati accantonati per il momento, ma la loro urgenza non fa che crescere; non sono scomparsi. Purtroppo, non c’è motivo di sperare che la comunità internazionale nel suo complesso sarà in grado di affrontare seriamente questa agenda nel prossimo futuro. Ma se le questioni urgenti e pressanti non vengono risolte a livello globale, devono essere affrontate a livello regionale, soprattutto perché questo è più vicino e comprensibile per le persone.
Siamo tutti responsabili del pianeta nel suo insieme, ma soprattutto della nostra casa e dei suoi dintorni immediati. La nostra casa, in senso lato, è l’Eurasia, un vasto territorio, centro e fulcro della maggior parte dei processi più importanti che si stanno sviluppando nel mondo. Molto, sulla scena internazionale più ampia, dipende da come riusciremo a organizzare l’Eurasia.
In un contesto di crescente instabilità globale, l’idea di una Grande Partnership Eurasiatica, un tempo proposta dalla Russia, assume un significato particolare. Gli scontri militari e politici stanno minando la connettività globale, minacciando le catene di produzione, trasporto e logistica, nonché le consolidate rotte commerciali e di comunicazione. Il compito e la responsabilità dei paesi eurasiatici è quello di proteggere il nostro spazio il più possibile dai rischi globali e dai processi distruttivi, di sfruttare le nuove opportunità tecnologiche e di altro genere per ampliare significativamente l’interazione eurasiatica e rafforzare la connettività di questo vasto territorio.
Vorrei inoltre sottolineare che le comunità culturali e civili rappresentate in Eurasia vantano una lunga esperienza di interazione, maturata nei periodi storici più difficili. L’Eurasia ha il potenziale per diventare un prototipo di comunicazione internazionale in un contesto di diversità culturale, di approcci e di interessi, dove le differenze non rappresentano un ostacolo, bensì un vantaggio nella costruzione di un partenariato sostenibile ed equilibrato.
A questo proposito, vorrei richiamare l’attenzione sull’iniziativa che abbiamo lanciato insieme ai nostri amici bielorussi per elaborare una Carta eurasiatica della multipolarità e della diversità nel XXI secolo. La scorsa settimana, in occasione di una riunione dei ministri degli Esteri di Russia, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan e altri partner, tenutasi a margine dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, è stato avviato il lavoro concreto su questo documento fondamentale.
Il valore dell’Eurasia risiede principalmente nella sua natura in gran parte autosufficiente e nella sua capacità di risolvere qualsiasi problema. Le uniche cose di cui questa vasta comunità di nazioni ha bisogno sono una sicurezza indivisibile, l’assenza di minacce militari e una pace duratura.
Gentili colleghi!
Noi, l’intera comunità globale, abbiamo una responsabilità condivisa per il futuro. E non si tratta di un’esagerazione o di una metafora; è, lo ripeto, un compito concreto che dobbiamo affrontare senza indugio.
Vorrei credere che i nostri discendenti potranno imparare dai futuri libri di storia che il secondo quarto del XXI secolo ha segnato una svolta, quando l’umanità, riconoscendo la portata del cambiamento e le sfide alla propria esistenza, ha trovato la forza di mettere da parte dispute, ambizioni ed egoismi e di unirsi per risolvere problemi comuni. Ha trasformato la rivoluzione tecnologica da una serie di minacce in un’ampia gamma di opportunità. Ha iniziato ad affrontare i problemi della disuguaglianza sociale e del degrado ambientale non a parole, ma con i fatti. Ha riconosciuto l’inutilità del confronto militare e della dittatura e la necessità di soluzioni ai problemi emergenti accettabili per tutti. Ha finalmente iniziato a costruire un nuovo ordine mondiale sostenibile. Sono fiducioso che questo accadrà. Perché se tutto questo non accade, c’è il rischio che nessuno studierà su questi libri di testo. E i libri di testo stessi non verranno pubblicati.
Crediamo nel meglio e, soprattutto, facciamo tutto il possibile affinché questo meglio arrivi e rimanga con noi.
Vi ringrazio per l’attenzione e vi auguro ogni successo. Apprezzo molto i nostri incontri. Grazie. Grazie mille.
(Fonte: www.kremlin.ru)
