ELEOUSA magazine
Agosto '17

I conflitti in Medio Oriente e in Ucraina. «Sono parti di un unico piano strategico»


In un’intervista all’agenzia di stampa russa RIA Novosti, il presidente del Dipartimento per le relazioni ecclesiastiche esterne del Patriarcato di Mosca, metropolita Hilarion di Volokolamsk, ha parlato delle ragioni della diffusione delle ideologie radicali islamiste e delle sue possibili soluzioni, del rapporto tra i conflitti militari in Medio Oriente e l’escalation di violenza in Ucraina, del destino dei leader cristiani rapiti in Siria. Come ha dichiarato il re del Regno Hashemita del Giordano´Abd Allāh II ibn al-Husayn, «il mondo deve capire che senza la Russia in Medio Oriente non si possono ottenere cambiamenti positivi».

Come può descrivere la crescente diffusione di ideologie islamiste radicali e la violenza verso le persone di altre fedi in Medio Oriente? A che cosa porterà questo fenomeno? Chi ne trae vantaggio?

L’ascesa dell’estremismo sotto slogan religiosi, cui assistiamo ultimamente, è una seria sfida per la comunità mondiale. La destabilizzazione in corso in Medio Oriente è una conseguenza non solo del conflitto civile, ma anche del fatto che le principali potenze mondiali hanno in questa regione seri interessi politici ed economici.
Alcuni Paesi fomentano la lotta interreligiosa e ciò porta a conseguenze disastrose per la regione.
Ma nessuno scopo politico può giustificare che si armino assassini, rapitori ed estremisti. La destabilizzazione di tutto il Medio Oriente, che è sostenuta dall’esterno, provoca il fatto che i cristiani in diversi Paesi vengano a ritrovarsi di fronte alla minaccia della distruzione totale.
Siamo particolarmente preoccupati per il fatto che, a seguito di tale confronto, i cristiani stanno lasciando in massa il Medio Oriente, e le proporzioni di questo esodo sono in aumento ogni mese. I cristiani, che rappresentano la popolazione nativa della regione, sono costretti sotto pena di morte a fuggire dalle loro case. E anche nei campi profughi essi non possono sentirsi al sicuro, e si trovano ad affrontare discriminazioni, minacce e rapimenti.
La situazione in Egitto ha dimostrato che quando al potere si trovano persone che si oppongono agli estremisti con fermezza e decisione, la situazione dei cristiani migliora. In una recente intervista rilasciata alla vostra agenzia stampa dal Patriarca Theodoros II di Alessandria, il Primate della Chiesa di Alessandria ha parlato della stabilizzazione della situazione dei cristiani in Egitto, dovuta alla politica del presidente Abdel Fattah al-Sisi.

Lei vede un collegamento tra la crescita di tensione, la provocazione e l’escalation dei conflitti militari in Medio Oriente e, per esempio, gli eventi in Ucraina?

Creare tensione in Medio Oriente e in Ucraina fa parte di uno stesso piano strategico. Uno degli obiettivi di questa strategia è stabilire ai confini del nostro Paese un focolaio cronico di conflitto.
Personalmente sono convinto che la politica dei due pesi e delle due misure e la teoria del «caos controllabile» non saranno a lungo termine un bene per coloro che le promuovono. La cosa più terribile è che le vittime odierne di questa politica immorale sono ritenute da qualcuno un prezzo... accettabile.

Di che dati dispone oggi la Chiesa ortodossa russa sulla persecuzione dei cristiani in Medio Oriente? Si è riusciti a far liberare le monache di Maalula, ma qual è il destino degli altri prigionieri per la fede? Che cosa si sa oggi dei due metropoliti siriani catturati più di un anno fa?

Il 25 e 26 dicembre 2013, il Santo Sinodo della Chiesa ortodossa russa ha espresso «seria preoccupazione per la continua persecuzione e la discriminazione contro la popolazione cristiana di molti Paesi in Nord Africa e Medio Oriente» e ha riconosciuto la necessità di «continuare a promuovere misure attive per attirare l’attenzione del mondo sulla tragica situazione dei cristiani in Medio Oriente e nella regione dell’Africa del Nord, per sostenere una risoluzione pacifica dei conflitti attraverso il dialogo inter-religioso e internazionale». Il sostegno dei cristiani perseguitati costituisce per la Chiesa ortodossa russa una particolare preoccupazione e una delle direzioni principali della sua attività esterna.
Dal momento del rapimento dei due metropoliti in Siria, purtroppo, non è stata data alcuna prova affidabile che siano vivi; né fotografie, né immagini video o registrazioni vocali. Più volte abbiamo ricevuto da varie fonti informazioni circa il loro luogo di detenzione che, secondo i dati disponibili, è cambiato più volte. Ma non c’è modo di verificare queste informazioni. Siamo molto preoccupati per la loro vita, ma continuiamo a pregare per la loro rapida liberazione.

La Chiesa russa, così come lo Stato russo, richiamano continuamente l’opinione pubblica al mantenimento della pace e della presenza cristiana in Medio Oriente, perché questo è così importante oggi? E a che cosa è dovuta questa posizione, a ragioni storiche, politiche, o ideologiche?

Il Medio Oriente è la culla del cristianesimo. È proprio qui che nel I secolo nacque una delle prime comunità cristiane, e fu adottato il nome stesso di «cristiani». La Chiesa ortodossa antiochena è per noi una chiesa-sorella, e noi naturalmente condividiamo con lei la sua prova.
Come si sa, gli estremisti abbattono chiese e istituzioni cristiane, distruggono luoghi santi venerati da tutto il mondo cristiano. Noi consideriamo le sofferenze dei cristiani di Siria come nostre. Il nostro popolo sa fin troppo bene che cosa sia la guerra e la persecuzione per la fede cristiana.
La nostra Chiesa, nella storia, ha da secoli sostenuto e continua a sostenere moralmente e materialmente i cristiani perseguitati del Medio Oriente. Insistiamo sempre affinché il tema dei cristiani in Medio Oriente sia messo nell’agenda di eventi internazionali e incontri di leader religiosi e politici. Più di una volta abbiamo parlato alla comunità mondiale, alle organizzazioni internazionali, ai leader politici e religiosi, ricordando le pericolose conseguenze di un esodo di massa dei cristiani dai luoghi che hanno da sempre abitato, ed esortiamo le istituzioni competenti a prendere tutte le misure possibili per proteggere e preservare la presenza cristiana nella regione.
In questa direzione, grande è l’impegno della Società Imperiale Ortodossa di Palestina, che in questi giorni, per l’undicesima volta dall’aprile dello scorso anno, manderà un aereo di aiuti umanitari per i cristiani di Siria.
Questa volta gli aiuti saranno destinati agli abitanti della cosiddetta Valle dei cristiani.
Il 28 luglio scorso su iniziativa della Fondazione umanitaria Sant’Andrea è arrivato a Mosca un gruppo di orfani siriani per un periodo di cure e riposo in un sanatorio della regione di Mosca. È un gruppo di cento bambini di tutte le età. Tra loro ci sono studenti di una scuola-convitto di Damasco per i figli dei militari defunti, alunni del collegio del monastero di Santa Thekla di Maaloula, e anche bambini che sono feriti. La Rappresentanza della Chiesa ortodossa russa presso il Patriarcato di Antiochia ha preso parte attiva nell’organizzazione di questo viaggio.

Come vede lei la situazione della città irachena di Mosul e in generale dell’Iraq?

Quello che è successo in luglio ai cristiani di Mosul e Ninive è assolutamente mostruoso. Le ricordo che in Iraq sotto Saddam Hussein abitavano un milione e mezzo di cristiani.
Il regime di Saddam è stato rovesciato con l’aiuto di forze militari esterne in nome della democrazia. Ma uno dei risultati di questa «democratizzazione» è stata la persecuzione dei cristiani. Ben presto in Iraq i cristiani sono rimasti quasi esclusivamente nella regione di Ninive, a Mosul, dove erano più di centomila persone. Nel corso degli ultimi dieci anni, a causa degli attacchi terroristici e delle minacce da parte degli estremisti, più della metà dei cristiani dalla regione sono diventati rifugiati.
Nel giugno del 2014, decine di migliaia di cristiani, temendo un’aggressione per via dell’avvicinarsi dei terroristi dello «Stato Islamico dell’Iraq e del Levante» (ISIL), sono stati costretti a lasciare le loro case e a fuggire nel Kurdistan iracheno. Secondo i dati di cui disponiamo, oggi in Kurdistan si nascondono circa centomila cristiani, mentre i cristiani che sono rimasti a Mosul e quelli che sono stati fermati dai militanti durante la loro fuga dalla città, in gran parte sono stati uccisi.
Il 18 luglio gli estremisti hanno imposto a tutti i cristiani rimasti di convertirsi all’Islam o di abbandonare immediatamente le loro case, senza portar via niente. Formalmente è stato imposto loro di pagare una tassa di 450 dollari per famiglia, ma nessuno di loro aveva questa somma. Le case dei cristiani sono state contrassegnate, tra l’altro, con la scritta: «Questa è proprietà dello Stato islamico».
Va osservato che la reazione della comunità internazionale questa volta è stata più forte rispetto ai fatti che hanno riguardato i cristiani della Siria. La Francia si è dichiarata pronta ad accogliere i cristiani dall’Iraq.
Tuttavia, l’Occidente non ha preso alcuna misura concreta per liberare i territori occupati dallo «Stato Islamico dell’Iraq e del Levante». La posizione di questi estremisti, che hanno annunciato la creazione di un califfato islamico nel territorio di Iraq e Siria, è ancora forte. Uno dei leader estremisti iracheni parla già di piani per creare un califfato islamico europeo in Andalusìa, nella penisola iberica.

Ritiene che le autorità irachene e siriane e i leader religiosi locali stiano facendo tutto il possibile per fermare l’espulsione e la strage dei cristiani in questi due Paesi?

I leader cristiani in Iraq stanno facendo del loro meglio per attirare l’attenzione del mondo sul dramma del loro gregge. Il Patriarca di Babilonia dei caldei Louis Raphael Sako ha fatto una serie di dichiarazioni su questa situazione.
Il Patriarca della Chiesa siro-cattolica, Ignazio Efrem II, sta lavorando attivamente on le autorità locali del Kurdistan iracheno, dove ha trovato rifugio la maggior parte degli sfollati, realizzando concretamente il coordinamento dell’insediamento dei rifugiati. I leader spirituali hanno proposto di istituire un comitato congiunto con rappresentanti dei rifugiati e delle autorità curde per occuparsi delle condizioni di vita degli sfollati.
Alcuni leader influenti dell’Islam tradizionale in Iraq rifiutano l’ideologia dello «Stato Islamico dell’Iraq e del Levante». Lo sceicco Khalid Al Mulla, leader dei sunniti in Iraq e capo dell’Associazione delle scuole musulmane del Sud, ha condannato l’espulsione dei cristiani da Mosul.
Il destino del Paese in gran parte dipende da quanto i rappresentanti dell’islam tradizionale riusciranno ad opporsi all’ideologia dello «Stato Islamico dell’Iraq e del Levante». Il partito Baath in Iraq ha dichiarato guerra allo «Stato Islamico dell’Iraq e del Levante». In alcune manifestazioni tenutesi a Baghdad, semplici fedeli musulmani hanno espresso il loro sostegno ai cristiani che vivono nella terra dell’Iraq da quasi duemila anni.

Dove possono trovare rifugio i cristiani?

La maggior parte dei cristiani espulsi da Mosul e Ninive sono legati alla Santa Sede, perciò il Vaticano sta compiendo grandi sforzi per aiutarli. Ho già detto che la Francia ha deciso di accettare una parte dei profughi cristiani. Purtroppo, il resto d’Europa continua fino ad ora ad ignorare questa tragedia.
Il Segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon ha qualificato la «pulizia etnica» contro i cristiani nella seconda città più grande d’Iraq come un crimine contro l’umanità, ma né il governo britannico, né l’Unione europea, hanno fatto alcun commento.
Ci sono profughi dalla Siria anche in Russia, ci sono organizzazioni sociali che cercano di aiutarli. Ma, purtroppo, le possibilità del nostro Paese a questo riguardo ora sono fortemente limitate dall’urgenza di accogliere e sistemare in breve tempo centinaia di migliaia di profughi provenienti dall’Ucraina.



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Il presidente del Dipartimento per le relazioni ecclesiastiche esterne del Patriarcato di Mosca, metropolita Hilarion di Volokolamsk
Croce di san Nicola (Rus' di Kiev, XII secolo)
Il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi ha compiuto la sua prima visita ufficiale in Russia da quando è stato eletto Capo di Stato a maggio di quest'anno. Dopo la cerimonia di benvenuto a Sochi, il 12 agosto 2014 al-Sisi si è recato al cluster olimpico di montagna per i colloqui con Vladimir Putin.  Poi i Presidenti hanno continuato la conversazione nella residenza di Putin «Bocharov Ruchej». Al centro dei colloqui tra i due leader la realizzazione di progetti comuni in economia, inclusa la creazione di una zona di libero scambio commerciale tra Egitto e l’Unione doganale. Al termine dell'incontro, i due leader hanno rilasciato dichiarazioni alla stampa.
Cristiani a Mosul
Agosto '17