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Agosto '17

Sulla questione del primato nella Chiesa universale. Documento del Sacro Sinodo della Chiesa ortodossa russa


Il problema del primato nella Chiesa universale è stato ripetutamente sollevato durante i lavori della Commissione mista internazionale per il dialogo teologico tra la Chiesa ortodossa e la Chiesa cattolica romana.
Il 27 marzo 2007, il Sacro Sinodo della Chiesa ortodossa russa ha incaricato la Commissione teologica sinodale di studiare questo problema e di elaborare una posizione ufficiale del Patriarcato di Mosca (Verbale № 26).
Nel frattempo, la Commissione mista, nella sua riunione del 13 ottobre 2007 a Ravenna, lavorando in assenza di una delegazione della Chiesa russa e senza tenere in considerazione la sua opinione, ha adottato un documento sulle conseguenze ecclesiologiche e canoniche della natura sacramentale della Chiesa. Dopo aver studiato il documento di Ravenna, la Chiesa ortodossa russa si è trovata in disaccordo con esso, nella parte che si riferisce alla sinodalità e al primato a livello della Chiesa universale. Dal momento che il documento di Ravenna fa una distinzione fra i tre livelli di amministrazione ecclesiale, vale a dire, locale, regionale e universale, la seguente posizione presa dal Patriarcato di Mosca sul problema del primato nella Chiesa universale tratta allo stesso modo di questo problema ai tre livelli. Il presente documento è stato adottato durante la riunione del Sacro Sinodo della Chiesa ortodossa russa il 25 e 26 dicembre 2013 (Verbale № 157).

1. Nella Santa Chiesa di Cristo, il primato spetta al suo Capo, il nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo, Figlio di Dio e Figlio dell’uomo. Secondo San Paolo, il Signore Gesù Cristo è «il capo del corpo, la Chiesa: è il principio, primogenito di quelli che risorgono dai morti, perché sia Lui ad avere primato su tutte le cose» (Col 1, 18).
Secondo l’insegnamento apostolico, «il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, lo risuscitò dai morti e lo fece sedere alla Sua destra nei cieli, al di sopra di ogni principato e autorità, di ogni potenza e dominazione e di ogni altro nome che si possa nominare non solo nel secolo presente ma anche in quello futuro. Tutto, infatti, ha sottomesso ai suoi piedi e lo ha costituito su tutte le cose a capo della Chiesa, la quale è il Suo corpo» (Ef 1, 17-23).
La Chiesa, che è sulla terra, rappresenta non solo una comunità di coloro che credono in Cristo, ma anche un organismo divino-umano: «Ora voi siete corpo di Cristo e Sue membra, ciascuno per la sua parte» (1 Cor 12, 27).
Di conseguenza, le varie forme di primato nella Chiesa, nel suo cammino storico in questo mondo, sono secondarie rispetto al primato eterno di Cristo come Capo della Chiesa, per mezzo del quale Dio Padre «riconcilia ogni cosa con se stesso… sulla terra, o nei cieli» (Col 1, 20). Il primato nella Chiesa dovrebbe essere, in primo luogo, un ministero di riconciliazione con l’obiettivo di costruire l’armonia, secondo l’apostolo, che invita a «conservare l’unità dello Spirito per mezzo del vincolo della pace» (Ef 4, 3).

2. Nella vita della Chiesa di Cristo, che vive in questa era, il primato, insieme alla sinodalità, è uno dei principi fondamentali del suo ordine. Ai vari livelli della vita della Chiesa, il primato, storicamente stabilito, ha «una natura diversa e fonti diverse». Questi livelli sono: 1) la diocesi (eparchia), 2) la Chiesa locale autocefala, e 3) la Chiesa universale.

1) A livello di «diocesi», il primato spetta al vescovo. Il primato del vescovo nella sua diocesi ha fondamenti teologici e canonici solidi risalente alla prima Chiesa cristiana. Secondo l’insegnamento di San Paolo, « lo Spirito Santo ha costituito [i vescovi] sorveglianti, per essere pastori della Chiesa di Dio, che si è acquistata con il suo sangue» (At 20,28). La fonte del primato del vescovo nella sua diocesi è la successione apostolica tramandata attraverso la consacrazione episcopale[1].
Il ministero del vescovo è un fondamento essenziale della Chiesa: «Il vescovo è nella Chiesa e la Chiesa è nel vescovo e se qualcuno non è con il vescovo, non è nella Chiesa» (San Cipriano di Cartagine)[2]. Sant’Ignazio il Teoforo paragona il primato del vescovo nella sua diocesi con la supremazia di Dio: «Sforzatevi di fare tutte le cose in armonia divina, mentre il vostro vescovo presiede al posto di Dio e i vostri presbiteri al posto dell’assemblea degli apostoli, insieme con i vostri diaconi, che mi sono molto cari, e ai quali è affidato il ministero di Gesù Cristo, che era presso il Padre prima dell’inizio dei tempi e alla fine è stato rivelato» (Lettera ai Magnesii, 6).
Nell’ambito della sua chiesa, il vescovo ha pieno potere, sacramentale, amministrativo e magisteriale. Sant’Ignazio il Teoforo ci insegna: «Che nessuno, a parte il vescovo, compia una delle cose che spettano alla Chiesa. Che sia considerata valida solo quell’Eucaristia che si celebra alla presenza del vescovo, o di colui al quale egli l’ha affidata... Non è lecito né battezzare o tenere una festa di agape senza il consenso del vescovo; ma quello che egli approva, ciò è anche gradito a Dio, al fine che tutto ciò che viene fatto possa essere saldo e sicuro» (Lettera agli Smirnesi, 7).
Il potere sacramentale del vescovo è espresso in modo più pieno nell’Eucaristia.
Nel celebrarla, il vescovo rappresenta l’immagine di Cristo, presentando la Chiesa dei fedeli al volto di Dio Padre, da un lato, e dando la benedizione ai fedeli di Dio e nutrendoli con il vero cibo e bevande spirituali del sacramento eucaristico, dall’altro. Come capo della sua diocesi, il vescovo conduce il culto divino della congregazione, ordina i chierici e li assegna alle parrocchie ecclesiali, li autorizza a celebrare l’Eucaristia e gli altri sacramenti e riti religiosi.
Il potere amministrativo del vescovo è espresso dal fatto che il clero, i monaci e i laici della sua diocesi, nonché le parrocchie e i monasteri, ad eccezione di quelli stavropigiali, e varie istituzioni diocesane (educative, caritative, ecc.) gli obbediscono. Il vescovo amministra la giustizia nei casi di offese ecclesiali.
I Canoni Apostolici dichiarano: «Che presbiteri o diaconi non facciano nulla senza l’approvazione del vescovo, perché egli è colui a cui è affidato il popolo del Signore e a cui sarà richiesto di rispondere delle loro anime» (Canone 39).

2) A livello della « Chiesa autocefala locale», il primato appartiene al vescovo eletto come primate della Chiesa locale da un consiglio dei suoi vescovi[3]. Di conseguenza, la fonte del primato a livello di Chiesa autocefala è l’elezione del vescovo preminente da parte di un concilio (o sinodo), che gode della pienezza del potere ecclesiastico. Questo primato si basa su solide fondamenta canoniche che risalgono all’epoca dei Concili ecumenici.
Il potere del primate in una Chiesa autocefala locale è diverso da quello di un vescovo nel suo dominio ecclesiale: è il potere del primo tra vescovi uguali. Egli adempie il suo ministero del primato in conformità con la tradizione canonica di tutta la chiesa espressa nel Canone Apostolico 34: «È doveroso che i vescovi di ogni nazione conoscano chi tra loro è il primo o il capo, e lo riconoscano "come il loro capo", e si astengano dal fare qualcosa di superfluo senza il suo consiglio e approvazione: ma, invece, ciascuno di loro deve fare solo ciò che è reso necessario dalla propria eparchia e dai territori sotto di lui. Ma che nemmeno il primo faccia qualcosa senza il consiglio e il consenso e l’approvazione di tutti. Poiché così ci sarà concordia, e Dio sarà glorificato per mezzo del Signore nello Spirito Santo, il Padre e il Figlio, e lo Spirito Santo».
I poteri del primate di una Chiesa autocefala locale sono definiti da un concilio (sinodo) e fissati in uno statuto. Il Primate di una Chiesa autocefala locale agisce come presidente del concilio o del sinodo della stessa. Così, il primate non ha il potere di un singolo in una Chiesa locale autocefala, ma la governa in concilio, cioè, in collaborazione con altri vescovi[4].

3) A livello della «Chiesa universale», come comunità di Chiese autocefale locali unite in una sola famiglia da una comune professione di fede e viventi in comunione sacramentale l’una con l’altra, il primato è determinato in conformità con la tradizione dei sacri dittici e rappresenta il «primato d’onore». Questa tradizione può essere fatta risalire ai canoni dei Concili ecumenici (Canone 3 del II Concilio ecumenico, Canone 28 del IV Concilio ecumenico e Canone 36 del VI Concilio ecumenico) ed è stata riconfermata nel corso della storia della Chiesa negli atti dei Concili delle singole Chiese locali e nella pratica della commemorazione liturgica, in cui il Primate di ogni Chiesa autocefala cita i nomi di quelli di altre Chiese locali nell’ordine prescritto dai sacri dittici.
L’ordine nei dittici è cambiato nella storia. Nel primo millennio della storia della Chiesa, il primato d’onore apparteneva alla cattedra di Roma[5]. Dopo che la comunione eucaristica tra Roma e Costantinopoli fu spezzata a metà dell’XI secolo, il primato nella Chiesa ortodossa è andato alla sede successiva nell’ordine dei dittici, ovvero a quella di Costantinopoli. Da quel momento fino a oggi, il primato d’onore nella Chiesa ortodossa a livello universale è appartenuto al Patriarca di Costantinopoli come il primo tra i pari primati delle Chiese ortodosse locali.
La fonte del primato d’onore a livello della Chiesa universale sta nella tradizione canonica della Chiesa fissata nei sacri dittici e riconosciuta da tutte le Chiese autocefale locali. Il primato d’onore a livello universale non è informato dai canoni dei Concili ecumenici e locali.
I canoni su cui sono basati i sacri dittici non rivestono il «primus» (quale era il vescovo di Roma ai tempi dei Concili ecumenici) di alcun potere di scala globale sulla Chiesa[6].
Le distorsioni ecclesiologiche che attribuiscono al «primus», a livello universale, le funzioni di governo inerenti ai primati agli altri livelli dell’ordine della Chiesa, sono chiamati nella letteratura polemica del secondo millennio come «papismo».

3. A causa del fatto che la natura del primato, che esiste a vari livelli di ordine ecclesiale (diocesano, locale e universale) varia, le funzioni del «primus» a vari livelli non sono identiche e non possono essere trasferite da un livello all’altro.
Trasferire le funzioni del ministero del primato dal livello di un’eparchia al livello universale significa riconoscere una speciale forma di ministero, in particolare quella di un «gerarca universale», in possesso di potere magisteriale e amministrativo su tutta la Chiesa universale. Eliminando l’eguaglianza sacramentale dei vescovi, tale riconoscimento porta alla nascita di una giurisdizione di un primo gerarca universale mai menzionato nei sacri canoni, né nella tradizione patristica, e comporta la deroga o addirittura l’eliminazione dell’autocefalia delle Chiese locali.
A sua volta, l’estensione del primato, inerente al primate di una Chiesa autocefala locale (secondo il Canone Apostolico 34) al livello universale[7], darebbe al «primus» poteri speciali nella Chiesa universale indipendentemente dal fatto che le Chiese ortodosse locali siano d’accordo o no. Tale trasferimento nella comprensione della natura del primato dal livello locale a quello universale richiederebbe, inoltre, che la procedura di elezione del «primus» sia di conseguenza spostata fino a livello universale, che di conseguenza finirebbe per violare il diritto della preminente Chiesa locale autocefala di eleggere il suo primate da sola.

4. Il Signore e Salvatore Gesù Cristo mise in guardia i suoi discepoli contro l’amore dei governanti (cfr. Mt 20, 25-28). La Chiesa si è sempre opposta alle idee distorte di primato, che hanno cominciato a insinuarsi nella vita ecclesiale fin dai tempi antichi[8]. Nelle decisioni dei concili e nelle opere dei santi padri, tali abusi di potere furono condannati[9].
I vescovi di Roma, che godono del primato d’onore nella Chiesa universale, dal punto di vista delle Chiese orientali sono sempre stati patriarchi g’Occidente, ovvero primati della Chiesa locale occidentale. Tuttavia, già nel primo millennio della storia della Chiesa, una dottrina su uno speciale potere magisteriale e amministrativo, di origine divina ed esteso a tutta la Chiesa universale del vescovo di Roma, iniziò a formarsi in Occidente.
La Chiesa ortodossa ha respinto la dottrina della Chiesa romana sul primato papale e l’origine divina del potere del primo vescovo della Chiesa universale. I teologi ortodossi hanno sempre insistito sul fatto che la Chiesa di Roma è una delle Chiese autocefale locali, priva di alcun diritto di estendere la propria giurisdizione al territorio di altre Chiese locali. Essi, inoltre, hanno sempre creduto che il primato in onore accordato ai vescovi di Roma non sia istituito da Dio, ma dagli uomini[10].
Per tutto il secondo millennio fino ad oggi, la Chiesa ortodossa ha conservato la struttura amministrativa caratteristica della Chiesa orientale del primo millennio. All’interno di questa struttura, ogni Chiesa locale autocefala, essendo in unità dogmatica, canonica ed eucaristica con le altre Chiese locali, è indipendente nel governo. Nella Chiesa ortodossa, non vi era e non vi è mai stato un unico centro amministrativo a livello universale.
In Occidente, al contrario, lo sviluppo di una dottrina sul potere speciale del vescovo di Roma, secondo la quale il potere supremo nella Chiesa universale appartiene al vescovo di Roma come successore di San Pietro e vicario di Cristo sulla terra, ha condotto alla formazione di un modello amministrativo dell’ordine ecclesiale completamente diverso, con un unico centro universale a Roma[11].
In accordo con i due diversi modelli di ordine ecclesiale, sono stati presentati modi diversi per vedere le condizioni di canonicità di una comunità ecclesiale. Nella tradizione cattolica, la condizione necessaria per la canonicità è l’unità eucaristica di una particolare comunità ecclesiale con la cattedra di Roma.
Nella tradizione ortodossa, è canonica una comunità che fa parte di una Chiesa locale autocefala e, attraverso di essa, è in unità eucaristica con le altre Chiese canoniche locali.
Come è noto, i tentativi di imporre il modello occidentale di ordine amministrativo sulla Chiesa orientale hanno invariabilmente incontrato resistenza nell’Oriente ortodosso.
Ciò si riflette nei documenti della Chiesa[12] e nella letteratura polemica diretta contro il papismo, che comprendono una parte della Tradizione della Chiesa ortodossa.

5. Il primato nella Chiesa ortodossa universale, che è primato d’onore per sua stessa natura, piuttosto che di potere, è molto importante per la testimonianza ortodossa nel mondo moderno.
La sede patriarcale di Costantinopoli gode del primato d’onore sulla base dei sacri dittici riconosciuti da tutte le Chiese ortodosse locali. Il contenuto di questo primato è definito da un consenso delle Chiese ortodosse locali, espresso, in particolare, nelle conferenze pan-ortodosse per la preparazione del Santo e Grande Concilio della Chiesa ortodossa[13].
Nell’esercizio del suo primato in questo modo, il primate della Chiesa di Costantinopoli può offrire iniziative di scala cristiana generale e rivolgersi al mondo esterno a nome del pleroma ortodosso purché sia autorizzato a farlo da tutte le Chiese ortodosse locali.
6. Il primato nella Chiesa di Cristo è chiamato a servire l’unità spirituale dei suoi membri e a mantenere la sua vita in buon ordine, «perché Dio non è l’autore della confusione, ma della pace» (1 Cor 14, 33). Il ministero del «primus» nella Chiesa, estraneo all’amore temporale del potere, ha come obiettivo «l’edificazione del corpo di Cristo... finché noi... vivendo secondo la verità nella carità, cerchiamo di crescere in ogni cosa verso di Lui, che è il capo, Cristo, dal quale tutto il corpo... mediante la collaborazione di ogni giuntura, secondo ’energia propria di ogni membro, riceve forza per crescere in modo da edificare se stesso nella carità» (Ef 4, 12-16).

Note

[1] Questa comprende l’elezione, la consacrazione e la ricezione da parte della Chiesa.
[2] Ep. 69, 8, PL 4, 406A (Lettera 54 nella versione russa).
[3] Come regola generale, il vescovo preminente guida la sede principale (preminente) nel territorio canonico della sua Chiesa.
[4] La Chiesa autocefala locale può includere entità ecclesiali complesse. Ad esempio, nella Chiesa ortodossa russa ci sono Chiese autonome e auto-governate, regioni metropolitane, esarcati e metropolie. Ognuna di loro ha la sua propria forma di primato definita da un Concilio locale e riflessa nello statuto ecclesiale.
[5] Si fa un riferimento al primato d’onore della cattedra di Roma e al secondo posto della cattedra di Costantinopoli nel Canone 3 del secondo Concilio Ecumenico: «Il vescovo di Costantinopoli, però, deve avere la prerogativa di onore dopo il Vescovo di Roma, perché Costantinopoli è la Nuova Roma». Il canone 28 del quarto Concilio Ecumenico chiarisce questa regola e accenna alla causa canonica per il primato d’onore di Roma e di Costantinopoli: «I Padri, infatti, hanno attribuito correttamente le prerogative [che appartengono] alla sede dell’antica Roma perché era la città imperiale. E così, mossi dallo stesso ragionamento, i centocinquanta vescovi amati da Dio hanno accordato pari prerogative alla stessa santa sede della Nuova Roma, vedendo giustamente che la città è onorata dal potere imperiale e dal Senato e gode (all’interno dell’ordine civile) di prerogative uguali a quelle di Roma, la più antica città imperiale, e dovrebbe avere il posto più elevato come l’antica Roma negli affari della Chiesa, essendo al secondo posto dopo di essa».
[6] Esistono canoni utilizzati nella letteratura polemica per dare una giustificazione canonica ai poteri giudiziari della prima cattedra di Roma. Questi sono i Canoni 4 e 5 del Concilio di Sardica (343). Tali canoni, tuttavia, non affermano che i diritti della sedia di Roma ad accettare appelli sono estesi a tutta la Chiesa universale. È noto dal codice canonico che questi diritti non sono illimitati anche in Occidente. Così, già nel 256 il Concilio di Cartagine, presieduto da San Cipriano, ha risposto alle pretese di Roma a primato esprimendo il seguente parere sulle relazioni tra i vescovi: «Nessuno di noi si è istituito come vescovo dei vescovi, né con terrore tirannico costringe qualsiasi suo collega a un’obbedienza necessaria; poiché ogni vescovo, secondo la misura della sua libertà e del potere, ha il suo proprio diritto di giudizio, e non può più essere giudicato da un altro di quanto egli stesso può giudicare un altro. Ma attendiamo tutti il giudizio del nostro Signore Gesù Cristo, che è l’unico che ha il potere sia di portarci al governo della sua Chiesa, sia di giudicarci nella nostra condotta» (Sententiae Episcoporum, PL 3, 1085C, 1053A - 1054A). Lo stesso si afferma nella lettera del Concilio dell’Africa a Celestino, papa di Roma (424), che è inclusa in tutte le edizioni autorevoli del codice dei canoni come un canone del Concilio di Cartagine. In questa lettera il Concilio respinge il diritto del papa di Roma di accettare i ricorsi contro le decisioni prese dal Concilio dei vescovi africani: «Noi sinceramente vi scongiuriamo per il futuro di non ammettere a un’udienza persone provenienti da qui, né di scegliere di ricevere nella vostra comunione coloro che sono stati scomunicati da noi...». Il Canone 118 del Concilio di Cartagine proibisce di fare appello alle Chiese nei paesi d’oltremare – che è comunque implicita da parte di Roma, così: chierici che sono stati condannati, se contestano la sentenza, non possono appellarsi al di là del mare, ma ai vescovi vicini, e al proprio; se fanno altrimenti, che siano scomunicati in Africa».
[7] Come è noto, non c’è un solo canone che permetterebbe tale pratica.
[8] Fin dai tempi apostolici, San Giovanni il Teologo nella sua Epistola condanna Diotrefe «che ama essere il primo» (3 Gv 1, 9).
[9] Così, il Terzo Concilio Ecumenico, cercando di tutelare il diritto della Chiesa di Cipro ad avere il proprio capo, ha affermato nel suo Canone 8: «I reggenti delle sante chiese di Cipro beneficiano, senza dispute o danni, secondo i canoni dei Santi Padri e l’antica consuetudine, il diritto di svolgere da sé l’ordinazione dei loro eccellenti vescovi. La stessa regola si osserva in altre diocesi e province in tutto il mondo, in modo che nessuno dei vescovi amati da Dio assuma il controllo di una provincia che finora non sia stata, fin dall’inizio, sotto il proprio dominio o quello dei suoi predecessori.
Ma e uno ha preso e sottoposto con violenza [una provincia], egli vi deve rinunciare, per non trasgredire i Canoni dei Padri, o introdurre vanità di onore mondano sotto pretesto di un sacro ufficio, oppure perdere, senza saperlo, a poco a poco, la libertà che nostro Signore Gesù Cristo, il liberatore di tutti gli uomini, ci ha dato con il proprio sangue».
[10] Così, nel XIII secolo, San Germano di Costantinopoli ha scritto: «Ci sono cinque patriarcati con alcuni limiti per ciascuno. Tuttavia, nel tempo recente uno scisma è sorto tra di loro, avviato da una mano audace che cerca di dominare e prevalere nella Chiesa. Il Capo della Chiesa è Cristo, e ogni tentativo di ottenere il dominio è in contrasto con il suo insegnamento» (cit. in Sokolov I.I., Lezioni sulla storia delle Chiese greco-orientali - San Pietroburgo 2005 P. 129).
Nel XIV secolo, Nilo Cabasila, arcivescovo di Tessalonica, ha scritto sul primato del vescovo di Roma: «Il papa ha infatti due privilegi: è il vescovo di Roma... ed è il primo tra i vescovi. Da Pietro ha ricevuto l’episcopato romano; quanto al primato, lo ha ricevuto molto più tardi dai beati Padri e dai pii imperatori, solo perché gestisse con esso gli affari ecclesiastici» (De primatu papae, PG 149, 701 CD).
Sua Santità il Patriarca Bartolomeo afferma: «Noi tutti, gli ortodossi... siamo convinti che nel primo millennio dell’esistenza della Chiesa, nei tempi della Chiesa indivisa, il primato del vescovo di Roma, il papa, fosse riconosciuto. Tuttavia, era un primato onorario, d’amore, senza dominio legale su tutta la Chiesa cristiana. In altre parole, secondo la nostra teologia, questo primato è di ordine umano, è stato istituito a causa della necessità della Chiesa di avere un capo e un centro di coordinamento» (dal discorso ai mass media bulgari, novembre 2007).
[11] Le differenze nell’ordine ecclesiale della Chiesa cattolica romana e della Chiesa ortodossa si possono vedere non solo a livello universale, ma anche locale e diocesano.
[12] Nell’Enciclica del 1848, i patriarchi orientali condannano il fatto che i vescovi di Roma abbiano trasformato il primato d’onore nella signoria su tutta la Chiesa universale: «Vediamo lo stesso primato trasformato da un carattere fraterno e di privilegio gerarchico in una superiorità signorile» (par. 13).
La dignità della Chiesa di Roma, dichiara l’Enciclica, «non è quella di una signoria, a cui San Pietro stesso non è mai stato ordinato, ma è un privilegio fraterno nella Chiesa cattolica, e un onore assegnato ai papi a causa della grandezza e del privilegio della città» (par. 13).
[13] Cfr. in particolare, la decisione della quarta Conferenza pan-ortodossa (1968), par. 6, 7; la procedura della Conferenza pre-conciliare pan-ortodossa (1986), par. 2, 13.



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