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ELEOUSA magazine
Agosto '17

La Russia sulla scena internazionale. Intervista al ministro degli Esteri Sergej Lavrov


Il ministro degli Esteri della Federazione Russa ha rilasciato un'intervista al primo canale della TV russa, in cui ha parlato, in particolare, dell'approccio dell'Occidente nella lotta contro il terrorismo in Medio Oriente e in Nord Africa. La politica degli Stati Uniti in questa regione è sempre stata basata sull'ostinato, quasi ossessivo desiderio di realizzare il «cambio di regime» in Siria. Oggi l'unica possibilità che hanno gli Usa è quella di seppellire i piani di trasformare i gruppi islamisti in uno strumento della politica regionale e, in futuro, in un elemento di strategia per il contenimento della Russia.


Il presidente della Federazione Russa Vladimir Putin per la prima volta dopo dieci anni, parlerà all'Assemblea Generale dell'Onu. Per la Russia ora è particolarmente importante formulare alcune questioni di politica estera ed essere ascoltata. Secondo Voi, che cosa è necessario oggi evidenziare e trasmettere alla comunità mondiale?

La partecipazione del presidente della Federazione Russa Vladimir Putin ad una sessione dell'Assemblea generale dell'Onu, prima di tutto, è collegata al fatto che la sessione non è di routine, ma giubilare. Il 70° anniversario delle Nazioni Unite, il 70° anniversario della Vittoria nel 2° conflitto mondiale, nella Grande Guerra Patriottica - tutte queste date ricorrono nel 2015. L’Onu è stato creato grazie alla vittoria sul fascismo, per questo si terrà un vertice specificatamente dedicato a questo appuntamento annuale, e alla 70ª sessione dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite parteciperanno la stragrande maggioranza dei leader mondiali. Questa è la ragione, che, se volete, possiamo definire di protocollo. Sostanzialmente il presidente russo Vladimir Putin ha sempre qualcosa da dire sulle questioni di politica internazionale. Siamo attivamente impegnati in questioni globali, con molte organizzazioni importanti, che affrontano le principali crisi, e quindi siamo attivamente coinvolti in tutti questi processi e discussioni. Quest'anno, dato che il carattere giubilare della sessione coinvolge il capo supremo della Federazione Russa, riteniamo che Putin presenterà le nostre principali valutazioni sui temi più attuali del mondo contemporaneo. Mi riferisco, innanzitutto, ai problemi sistemici, che derivano dai tentativi di rallentare il processo oggettivo di formazione di un nuovo ordine mondiale multipolare, che ha come obiettivo la creazione di nuovi centri di potere economico e finanziario e di influenza politica. Da qui il tema crescente che è sulla bocca di tutti: la lotta al terrorismo, che deve essere condotta senza il principio dei due pesi e delle due misure, senza dividere i terroristi in buoni e cattivi, senza dare per scontato che con alcuni estremisti «cattivi» si possa interagire per raggiungere alcuni obiettivi geopolitici congiunturali specifici. Questo, naturalmente, e il problema delle misure coercitive unilaterali, non riguardano soltanto la Federazione Russa.
Oggi i nostri partner occidentali, sotto l'influenza psicologica americana, hanno perso la cultura del dialogo e delle soluzioni diplomatiche. Il programma nucleare iraniano è stata una brillante e rarissima eccezione. In molti altri casi nei conflitti, che continuano a divampare in Medio Oriente, in Nord Africa, essi cercano di ricorrere a misure di intervento di forza diretto, come hanno fatto in Iraq e in Libia, in violazione delle decisioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, o con le sanzioni: è stato avviato un processo politico per una soluzione interna, sia in Yemen che nel Sudan meridionale, ed hanno cercato di incoraggiarlo e imporlo dall'esterno, in generale, sia nell’uno che nell’altro caso, così come in situazioni simili. Tale schema, se fosse basato più saldamente sugli accordi tra le parti stesse, e non su consigli e ricette dall'esterno, sarebbe più durevole. E non appena questa schema comincia a «scricchiolare» (come è inevitabile quando si impongono soluzioni affrettate), ricorrono immediatamente ai loro «manganelli sanzionatori» e propongono di punire coloro che non vogliono collaborare con questo schema. È una lunga storia, la reiterazione e l’ossessione delle misure sanzionatorie: non appena ai nostri partner occidentali è impossibile imporre i loro modelli - immediatamente ricorrono allo strumento delle sanzioni.
Il presidente Vladimir Putin parlerà di questo argomento e del problema della frammentazione dello spazio economico globale, perché ora nel quadro dell'Organizzazione mondiale del commercio i negoziati sono in una «fase di stallo» per assicurare un approccio universale alle nuove aree di relazioni economiche e tecnologiche tra gli Stati. Parlerà anche di aspetti specifici, come la Siria e la crisi ucraina. Tutte queste e molte altre crisi derivano da problemi sistemici relativi ai tentativi di rallentare il processo di formazione di un mondo policentrico.

La più recente delle crisi, che deriva dai problemi esistenti, è questa dei rifugiati, che vengono inviati in Europa. È comprensibile che le persone fuggano dalla guerra, e negare un rifugio sicuro per loro è impossibile. Ma a quanto pare, l'Europa è divisa: accettare o non accettare. I rifugiati fuggono verso Paesi più ricchi, non si fermano né in Bulgaria, né in Serbia, né in Ungheria - vanno ovunque. La Russia aveva avvertito di questa crisi, e ora è scoppiata. Perché proprio adesso, e in che modo, secondo Voi, potrà essere superata?

Perché ora, è difficile per me rispondere. Questo poteva accadere sei mesi prima o dopo. Probabilmente, in questo momento c’è il picco della violenza, instaurata in Medio Oriente e in Nord Africa innanzitutto dallo «Stato islamico», che è un fenomeno completamente nuovo in termini di lotta contro il terrorismo, perché questa struttura coinvolge non singoli oggetti o cittadini, ma vasti territori. Già centinaia di migliaia di chilometri quadrati sono state occupate in Iraq e in Siria. E lì ha creato quasi uno Stato, ha introdotto il suo brutale, intransigente ordine, utilizza le risorse naturali al fine di continuare ad alimentare le sue attività terroristiche. Non solo in Siria e Iraq, ma anche in Libano, Yemen, Afghanistan, Libia, lo «Stato islamico» ha già messo le proprie «radici e germogli», ha pubblicato la mappa del suo califfato dal Portogallo al Pakistan. Questo atteggiamento mira alla supremazia nel mondo islamico e al fatto che anche la parte geografica attuale del mondo non islamico deve diventare parte integrante del califfato. Si tratta di un fenomeno completamente nuovo e inquietante, e la lotta contro di esso sarà lunga, complicata, perché senza questa lotta non saremo in grado di placare questa regione e senza la calma le persone vivranno lì nella paura e continueranno a fuggire in cerca di una vita migliore.
Inoltre, bisogna tenere a mente che la lotta contro il terrorismo è multiforme e non deve includere una componente ideologica. Fino a quando non saranno risolti i conflitti in Medio Oriente, tra cui il conflitto israelo-palestinese, cerchiamo di essere sinceri, i radicali continueranno ad educare i giovani sin dall’infanzia contro l’attuale ordine ed eventuali colloqui di pace. È noto che ciò avviene nelle loro madrase e in altre istituzioni educative sulla base del fatto che uno Stato palestinese era stato promesso alla fine degli anni '40, subito dopo la creazione delle Nazioni Unite, ma questo non ancora avviene e non avverrà mai, quindi scommettere sui negoziati per la sua creazione è senza speranza. Essi invitano ad agire con l’uso della forza, al fine di ottenere il rispetto dei loro diritti. In realtà questo è stato assorbito nel cervello di giovani ragazzi e ragazze, contribuendo a reclutare terroristi e kamikaze. In linea di principio, la formazione nello spirito moderato, corretto dell’Islam diventa molto importante. C'è anche l'aspetto del sostegno al terrorismo, anche attraverso il traffico illecito di stupefacenti, l’industria della droga, che si sviluppa e fiorisce soprattutto a causa della complicità delle truppe della Nato in Afghanistan. Li abbiamo più volte esortati a prestare maggiore attenzione all'eliminazione della minaccia della droga, ma hanno chiuso un occhio, non volendo farlo. Abbiamo a che fare con molti aspetti del terrorismo. Affinché le persone rimangano in Medio Oriente e questa regione non perda la sua comunità multietnica, multiculturale, multicivilizzata, è importante garantire normali condizioni socio-economiche. Molti di coloro che ora si dirigono verso l’Europa sono rifugiati economici. Vogliono solo una vita più pacifica e prospera, ma molte persone semplicemente fuggono perché non riescono a guadagnare un pezzo di pane. Ovviamente, è anche molto importante creare le condizioni per lo sviluppo di nuovi posti di lavoro. È necessario un approccio a più livelli, sulla sicurezza, l'economia, la sfera sociale e il settore dell'istruzione e delle ideologie.
La Russia adempie tutti gli obblighi previsti dalle convenzioni internazionali. Tutti coloro che rientrano nella categoria dei profughi noi li accogliamo, e li accoglieremo nella Federazione Russa. A volte lo facciamo anche al di là dei criteri che dovrebbero essere utilizzati, mi riferisco ai profughi dell’Ucraina - ce ne sono circa un milione. E gran parte di loro: tra un 1/3 e il 50 per cento ha chiesto la cittadinanza russa, o qualche altro status permanente nel nostro Paese. Molti sono ospitati nelle case, ma ci sono campi a Rostov e in altre regioni. Sono riconosciuti attraverso l’Ufficio dell'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati. Da noi, naturalmente, ci sono anche i rifugiati dal Medio Oriente, tra cui molti dallo Yemen e dalla Siria. Queste sono persone che sono venute da noi anche nelle prime fasi del conflitto.
Siamo solidali con i nostri vicini europei, in connessione con il problema che hanno di fronte. Penso che lo risolveranno e alla fine troveranno un accordo sulle quote (secondo le informazioni arrivate). Si tratta di una questione interna dell'Unione Europea. Tenuto conto delle differenze nelle tradizioni, nel tenore di vita e nella posizione finanziaria degli Stati membri dell'Unione Europea, non è facile dare consigli dal di fuori. Tuttavia, la Russia è pronta a fare la sua parte. I Paesi dell'UE hanno già fatto appello al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite con la richiesta di aiutarli a sviluppare una risoluzione che autorizzerà le azioni delle forze navali dell'Unione Europea nel Mediterraneo per intercettare convogli di migranti clandestini che cercano di contrabbandare in Europa. Per quanto riguarda le misure di contrasto, molti in Europa non parlano solo dell'arresto di navi in acque internazionali, ma anche di azioni nelle acque territoriali e sul territorio (della stessa Libia) con l’uso della forza, se si constatata che la nave è illegalmente sequestrata o nessuno è stato registrato. Alcuni addirittura sostengono che vorrebbero ottenere dal Consiglio di Sicurezza il diritto, come essi dichiarano, di «sbarazzarsi» di queste navi. Forse qualcuno vuole provocare? Questo solleva molte domande. Abbiamo più volte detto che d'ora in poi, dopo aver appreso come i nostri partner occidentali, a volte, sanno interpretare la risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, saremo pronti ad autorizzare misure coercitive solo se saranno specificate e rigorosamente regolamentate nella risoluzione stessa, evitando qualsiasi duplice interpretazione. In primo luogo, questo potrebbe significare l'arresto di navi sospette in alto mare. Se la nave batte bandiera di uno Stato, allora per fermare la nave bisogna prendere accordi con questo Stato. Se la nave non è identificata, allora tale consenso non è richiesto e deve essere fermata e controllata, verificare a chi appartiene e chi porta. In secondo luogo, oltre alla regolamentazione rigorosa di queste azioni, è necessario capire che cosa accadrà ai profughi, se si trovano su questa nave. Al momento, la parte europea non può darci risposte a queste domande. Anch’essa non può rispondere che ne sarà di questi criminali che vengono catturati su queste navi. Il discorso non riguarda solo chi compie l’azione, ma anche i «burattinai» di questo processo da qualsiasi altro Paese. C’è bisogno di un approccio integrato e non è necessaria la corsa. Naturalmente, in tutta questa discussione, noi vogliamo che i nostri partner imparino la lezione dalle loro azioni passate. Tutti dovrebbero capire come e perché ci sono queste ondate di profughi.
Oggi si parla della minaccia del terrorismo e dei conflitti irrisolti. Molto spesso si cerca di risolvere una crisi al fine di raggiungere alcuni obiettivi politici a breve termine, senza prestare assolutamente attenzione a quale effetto questa o quella azione avrà sulla situazione generale. Un buon esempio è la Libia, che ha deciso di rovesciare un dittatore. Questo ha eclissato tutti gli altri pensieri e valutazioni. Ho parlato con i nostri colleghi americani ed europei, coloro che direttamente hanno partecipato a questa azione, e hanno ammesso che a seguito di queste loro azioni completamente sconsiderate ed illecite, commesse in violazione del mandato del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, la Libia è diventata un «buco nero», che ora è utilizzato dai terroristi di tutte le bande. Ci sono due parlamenti e due governi, ciascuno di questi organi politici ha la sua milizia. In aggiunta a queste strutture ci sono 35 gruppi armati che non obbediscono né a Tobruk né a Tripoli. Dalla Libia c’è un enorme flusso di armi illegali verso molti Paesi diversi. Secondo le stime delle Nazioni Unite, queste armi sono apparse molto tempo fa e sono state utilizzate in più di dieci Paesi in Africa. Attraverso la Libia passa il flusso principale del traffico del contrabbando.
Significativa è la reazione dei miei colleghi, che hanno riconosciuto che è stato un errore. La stessa cosa ci hanno detto dopo che l'Iraq era sull'orlo della scissione - gli americani hanno sbagliato, ma ci hanno chiesto di non approfondire la questione. E credo che se non impariamo le lezioni e non lavoriamo sui nostri errori, andremo sempre a sbattere contro nuove crisi che continueranno a portare conseguenze distruttive, molto negative e pericolose, come gli attuali flussi di rifugiati. Abbiamo in programma di discutere a fondo di questi temi nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Ora l'esempio più attuale è la Siria, dove la popolazione fugge sia dallo «Stato islamico» che dalla guerra civile. La posizione della Federazione Russa è che la guerra deve essere fermata. Il presidente russo Vladimir Putin propone un pacchetto di misure per combattere il terrorismo. Come i nostri partner hanno accolto questa proposta? Secondo il parere di un «non diplomatico» siamo di fronte ad una situazione strana. Gli americani continuano ad insistere sulla necessità di sostenere «l'opposizione anti-Assad», Voi chiamate quasi ogni settimana il segretario di Stato Usa John Kerry, che accusa la Russia di impedire agli Stati Uniti di bombardare la Siria. È stato chiuso lo spazio aereo di Paesi terzi, attraverso il quale stavamo cercando di portare aiuti umanitari. Cosa sta succedendo?

I nostri partner americani o inizialmente non hanno prestato molta attenzione alla loro coalizione, o hanno cospirato in modo che non raggiunga gli obiettivi dichiarati. La coalizione è stata creata molto spontaneamente: letteralmente in pochi giorni è stato annunciato che includeva un certo numero di Paesi, e ha iniziato con alcune azioni. Quando si analizza il lavoro dell’Aviazione dei Paesi della coalizione, si ha una strana impressione. A volte, si insinua il pensiero che oltre allo scopo dichiarato - quello di combattere lo «Stato islamico» - c'è qualcosa di più nei problemi della coalizione. Mi auguro di non deludere nessuno dicendo che alcuni dei nostri colleghi dei Paesi membri della coalizione dicono di avere alcune informazioni su dove esattamente, su quali posizioni sono alcune divisioni dell’«IG», e il comandante della coalizione (naturalmente, gli Stati Uniti) non si impegna a colpire. Non voglio trarre conclusioni - non si sa mai, ogni valutazione, informazione e considerazione spettano al comandante, ed eventualmente ad altri no - ma tali segnali vengono inviati.
Per quanto riguarda il nostro approccio, è completamente trasparente. In tutti questi anni, a partire dall'inizio della «primavera araba», non appena questa è degradata nell’attivazione di terroristi ed estremisti, che hanno cominciato a cercare di rovesciare i regimi nei diversi Paesi e hanno cominciato a ricevere supporto da coloro che hanno un atteggiamento negativo verso i rispettivi leader, noi abbiamo detto che aiuteremo la leadership siriana, così come aiuteremo l'Iraq e le leadership di altri Paesi che si trovano ad affrontare la minaccia del terrorismo. La nostra cooperazione tecnico-militare persegue questi obiettivi. Naturalmente, la vendita di armi c’era e continuerà. Sarà inevitabilmente accompagnata da specialisti russi, che aiuteranno a stabilire le attrezzature adeguate, ad addestrare il personale siriano a manovrare queste armi. Non ci sono misteri e segreti.
Quando ho sentito le congetture secondo le quali noi abbiamo cambiato qualitativamente e radicalmente il nostro approccio, non posso essere d'accordo con questo. La coalizione realmente ha dichiarato di combattere lo «Stato islamico», «Dzhabhat Al-Nusra» e gruppi terroristici ultra-radicali simili. Si parla di questo già da molto tempo, ancor prima della creazione della coalizione degli Stati Uniti. Se l'obiettivo è impedire il consolidamento del territorio dell’Iraq e della Siria come nucleo del Califfato, il previsto «IG», prima di tutto dobbiamo aiutare coloro che lottano con i banditi a terra - cioè, l'esercito iracheno, i curdi iracheni, l'esercito siriano e la milizia curda siriana. Siamo a favore di questo, invitando a coordinare gli sforzi tra tutti coloro che sono in lotta a terra. Oltre alle truppe governative della Repubblica araba siriana e dell'Iraq, oltre ai curdi, combatte anche una parte dell'opposizione siriana, che non è un gruppo di mercenari (ma gruppi, sponsorizzati dall’esterno, ce ne sono molti).
È importante che queste unità militari coordinino le loro azioni contro lo «Stato islamico». Teoricamente, la coalizione potrebbe essere utile per coordinare le sue capacità nel settore dell'aviazione con l'operazione di terra, sebbene gli attacchi aerei da soli non risolveranno nulla. Se le forze della coalizione entrassero in contatto non solo con il governo iracheno, come hanno concordato, ma anche con il governo della Repubblica siriana, e armonizzassero i loro atteggiamenti e approcci, lavorando sul terreno dei militari siriani, questo sarebbe molto più efficace di quello che stiamo vedendo ora.

Non vogliono negoziare con il presidente siriano Bashar al-Assad?

Essi dichiarano pubblicamente che non vogliono. Inoltre, sostengono che accoglierebbero con favore il contributo della Russia o di qualsiasi altro Paese nella lotta contro lo «Stato islamico» solo se non rafforza la posizione del Presidente della Siria. Escludere l’esercito siriano dalla lotta contro lo «Stato islamico» è assurdo. Se si esaminano tutte le possibilità, la forza militare più efficace sul terreno è rappresentata dalle forze armate della Siria.
Ci è stato detto che l'Australia ha aderito alla coalizione, che colpirà sulle posizioni dello «Stato islamico», senza con questo rafforzare la posizione del Presidente della Siria. Gli inglesi hanno già bombardato il territorio siriano - hanno ucciso molti jihadista e hanno detto che questo rientra nel loro diritto sovrano di auto-difesa del Regno Unito. La Francia ha aderito non solo al bombardamento dell'Iraq, su cui esiste un accordo con Baghdad, ma anche al bombardamento della Siria, senza nessun accordo con Damasco. A volte mi chiedo con meraviglia: forse tutti vogliono che anche la Russia dica di colpire i terroristi in Siria senza chiedere al Presidente di questo Paese. Perché è stato escogitato questo piano del non riconoscimento della legittimità del regime?
Quando è stato necessario eliminare le armi chimiche siriane, il presidente siriano Bashar al-Assad è stato visto assolutamente legittimo. Le sue azioni di aderire alla Convenzione sul controllo delle armi chimiche sono state accolte nelle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Un anno dopo, ha cessato di essere legittimo perché ora le armi chimiche non sono più una minaccia, ma lo è il terrorismo. Questo è un approccio ideologizzato. Penso che non porterà i risultati che tutti ci aspettiamo. Efficace sarà solo la lotta coordinata deideologizzata contro il terrorismo, senza doppi standard e priorità. Tutti i nostri partner occidentali, senza eccezione, ci dicono che capiscono quello che oggi è la principale minaccia in Medio Oriente e Nord Africa. Non è il regime di Bashar al-Assad ma lo «Stato islamico». Se tutto questo viene riconosciuto, anche se molti lo dicono a bassa voce, non osando affermarlo apertamente, dobbiamo con tutta onestà implementare questo fatto in azione.

Quindi, Voi pensate che sono pronti ad ascoltare le nostre proposte?

Penso che essi ascoltino tutto perfettamente. Qualche anno fa hanno dichiarato che è sufficiente deideologizzare e togliere i pregiudizi sul cambio di regime in Siria, ora non possono cambiare la loro posizione. Forse hanno paura di perdere la faccia. Molti politici in Occidente guardano all'elettorato, come essi sono visti o come sono giudicate le loro azioni. Essi stessi possono decidere di non ascoltare dicendo: «Bashar al-Assad non ha posto nel futuro della Siria, non ci siederemo con lui allo stesso tavolo e non avremo a che fare con lui».
Questo è un grosso errore per i politici.



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