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ELEOUSA magazine
Agosto '17

A proposito di comunicazione... Una carezzevole e amorevole notizia-risposta


L’epistolario di Pavel Florenskij (1882-1937) rappresenta un documento di particolare eccezionalità per il rilievo esistenziale e teoretico: biografia e pensiero, metafisica ed esistenza, ragione e passione si congiungono intimamente nell’esperienza tragica di un testimone tra i più autentici e radicali del nostro tempo, martire della fede ortodossa in terra russa negli anni del terrore staliniano, una delle figure più significative e sorprendenti del pensiero religioso russo ed europeo, uno dei maggiori pensatori del Novecento. Egli è un filosofo della scienza, fisico, matematico, ingegnere elettrotecnico, epistemologo, ma anche filosofo della religione e teologo, teorico dell’arte e di filosofia del linguaggio, studioso di estetica, di simbologia e di semiotica. Sacerdote. Santo.

Lettera di Pavel Florenskij alla figlia Olen’
Solovki, - dalle isole del martirio
N. 61 - 22 maggio 1936

Cara Olen’,
la primavera, quella astronomica, sta terminando, mentre la primavera della vita qui è appena cominciata. Il 20 maggio ho trovato nel bosco un mezereo in fiore (Daphne mezereum), una cavolaia vicino alle fosse, e oggi, 23, i bocciolini rosei del Vaccinum uliginosum, in palude. È apparsa l’erba, anche se, nella maggior parte dei luoghi, resiste ancora quella autunnale, rinsecchita. La temperatura è scesa. Regna una specie di malinconia e la primavera locale assomiglia piuttosto all’autunno che alla primavera. Soltanto la moltitudine di mosche sopra le alghe gettate dal mare sulla spiaggia fa pensare all’avvicinarsi di qualcosa di simile all’estate.
Le impressioni marine mi riportano all’infanzia. Il mare era per me la cosa più vicina e più cara al cuore, e tutto ciò che era legato ad esso mi sembrava particolarmente ambìto e segreto. Una cosa sola mi rattristava: che sul Mar Nero non ci fossero isole. (Del resto, ora so che le isole sul Mar Nero ci sono, anche se sono piccolissime e poche). L’isola mi sembrava una cosa misteriosa e piena di significato. Vivere in un’isola, vedere le alte e le basse maree, raccogliere conchiglie, stelle marine e alghe: ciò era il culmine dei miei desideri. E l’isola la vedevo necessariamente piccola, come una barriera corallina. Doveva essere tale da consentire di abbracciare, con un solo sguardo, l’intera linea del litorale e di percepire chiaramente la separazione dell’isola dalla terraferma.
Sognavo di attraversare il mare con una nave. Nel nostro cortile a Batumi, nella casa di Ajvazov, c’era una cassa in cui mio padre faceva le sue prove del cemento e della calce. Io entravo in questa cassa, prendevo dei bastoni che mi servivano da remi, e mi sembrava di navigare per lo specchio sconfinato dell’oceano. Dall’acqua saltavano pesciolini volanti, nel fondo si vedevano coralli e alghe, e io navigavo estasiato, dimentico di tutto ciò che mi circondava. Altre volte mi costruivo con delle tavole una zattera, con cui navigavo proprio lì, per il cortile. Questo mare immaginario si univa a quello reale, e io accoglievo calorosamente tutti i suoi frutti, che, fra l’altro, a Batumi sono piuttosto scarsi: banali torsoli di granturco, bastoni piallati, tavolette e tappi, noci cornute Trapa natans (i čilim, allora non conoscevo questo nome), meduse e vari tipi di ghiaia marina e di pietrisco.

Commento

Florenskij parla del mare molto dettagliatamente nei Ricordi, confessando di aver vissuto gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza “in una continua e insaziabile contemplazione del mare” (Ai miei figli, cit. 45), che scaturiva dalla sensazione di una profonda vicinanza interiore alla misteriosa vita marina. Una sensazione che nel piccolo Pavel maturò ben presto in una ferma convinzione: “Nella sua profondità [del mare] si nascondono innumerevoli vite: piante ed esseri strani e nello stesso tempo magnifici, ognuno dei quali è interiormente legato a me, interiormente si identifica con la mia vita personale, mandandole il flusso del suo proprio essere e riconoscendola identica a quella degli altri, facendomi sentire membro del regno dell’infinita, luminosa e misteriosa vita” (ivi, 54). Tale sensazione si rafforzava in lui ancora di più quando, passeggiando sulla riva, soprattutto dopo il temporale, trovava sparsi sulla sabbia pezzi di legno e di canne lavati dalle onde, piccole pietre e conchiglie riscaldate dal sole, o alghe. Tutti questi oggetti facevano vibrare la sua anima, la quale riconosceva in essi una “notizia-risposta” proveniente dalle “profonde, misteriose, native e acquemarine viscere” del suo proprio essere. “Sapevo: quei tronchi di legno, quelle pietre, quelle alghe sono una carezzevole notizietta e un amorevole regalino mandati dalla mia materna penombra verde. Li guardavo e ricordavo, li annusavo e pure ricordavo, li leccavo e di nuovo ricordavo: ricordavo qualcosa di lontano ed eternamente vicino (…)” (ivi, 49). La sensazione di “mistica parentela” diventava in lui ancora più forte quando ascoltava il fragore delle onde marine. Immergendosi con l’animo nel fruscío della risacca, composto dai fruscíi infiniti causati dalla caduta delle singole gocce d’acqua marina, il piccolo Pavel sentiva di stare davanti ad un’orchestra composta da un certo numero infinito di strumenti che suonavano in un “unico e misterioso ritmo”. Ma questo non era un suono qualsiasi: esso era il “suono di un Petto” nativo, il suono dell’infinita Eternità”, il “suono ritmico dell’Infinito”. Egli ricorda: “Sulla riva del mare sentivo di essere faccia a faccia con la materna, solitaria, misteriosa e infinita Eternità, dalla quale tutto scorre e alla quale tutto ritorna. Essa mi chiamava e io ero con lei” (ivi, 50).

“Io amavo il mare per il suo mistero; il il mistero del colore che ne riempiva la massa,
il mistero dell’odore e del rumore che mi attiravano, il mistero dell’acqua amaro-salata
che tanto somigliava alle lacrime, il mistero degli strani esseri che in esso abitavano. Tra di noi c’era un’affinità interiore. La sua abbondanza non mi opprimeva. Quel mondo oltre il mare e oltre ogni limite pareva quasi ultraterreno. Vedevo la sua possanza creatrice, che però era trattenuta, che era solo una possibilità e non schiacciava lo spirito”.



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Pavel Florenskij
Solovki - Monastero della Trasfigurazione
Mar Nero
Agosto '17


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