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Agosto '17

Pregare è creare. Editoriale di Fernanda Santobuono


"Pregare è discendere con la mente nel cuore
e qui continuare a restare dinanzi al volto del Signore,onniveggente, dentro di te".
(Teofane il recluso)

La preghiera del cuore si fonda sul silenzio, sulla quiete (hesychia). E’ un riposo in Dio in mezzo ad una lotta quotidiana molto dura. La preghiera è parola che porta frutto.
L’essenza della preghiera, la sua “azione spirituale”, consiste nella “discesa della mente nel cuore”. La preghiera libera così nella persona una spontanea forza spirituale, che conduce all’autopercezione di se stesso, alla consapevolezza che il centro della personalità non si trova nel cervello, punto d’intersezione delle forze spirituali della persona con il mondo esterno, ma nel cuore, o piuttosto nelle profondità misteriose dell’essere, di cui il cuore fisico è simbolo.
La “discesa dell’intelligenza nel cuore” è una tensione di tutto l’essere che così allontana da sé tutto quello che potrebbe distrarlo dalla sua essenziale opera: quella della preghiera. Lo spirito e il corpo rimangono vigili nell’attesa del Dio vivente. Lo spirito “attento” e “sobrio” si porta dall’esteriore che lo sollecita, agli abissi interiori del cuore, unico luogo dove, nella luce dello Spirito Santo, può effettuarsi l’incontro tra la persona umana e la divinità. “Il Signore cerca un cuore pieno d’amore per lui e per il prossimo”-, diceva san Serafino di Sarov.
Oggi, il grande male di cui soffre l’umanità è il disordine interiore, la dispersione dei pensieri e dei sentimenti che rendono la persona incapace di fissare il suo spirito su Dio. La preghiera, invece, tende a ricreare l’unità spirituale attraverso l’attenzione, la vigilanza (nepsis in greco). Non è infatti la “quantità”, ma la “qualità” della preghiera che conta.
Per meglio comprendere la natura dell’attenzione, conviene precisare il senso dei termini “cuore” e “spirito” (o “intelligenza”) nel linguaggio mistico della Chiesa d’Oriente. Il termine russo um, che traduciamo con “spirito” o “intelligenza”, corrisponde all’originale termine greco noûs. Esso non designa l’intelletto nel senso razionalista del termine, ma l’insieme delle facoltà cognitive e contemplative, la luce della ragione e la coscienza che fa dell’uomo un essere personale e libero. I padri greci, e con loro gli starets russi, identificano molto sovente lo spirito con l’immagine di Dio nell’uomo. Impiegando una terminologia più moderna, potremo chiamarla coscienza personale che illumina tutte le sfere della vita umana, un insieme complesso di rapporti con diversi ordini di realtà.
Quanto al “cuore”, il termine designa nella Tradizione orientale il centro dell’essere umano, “la radice delle facoltà attive, dell’intelletto e della volontà, il punto da dove proviene e verso il quale converge tutta la vita spirituale”. È’ la sorgente, oscura e profonda, da dove sgorga tutta la vita psichica e spirituale dell’essere umano e per la quale egli è vicino e comunica con la Sorgente stessa della vita. Ne risulta che tutta la vita spirituale che non tocca il cuore non è che illusione e menzogna, non avendo alcuna realtà ontologica, alcuna radice nell’Essere, e che ogni vera conversione deve cominciare da quella del cuore. In effetti è alla sorgente che, attraverso il peccato originale, la vita dell’uomo è viziata e che il fango si mischia con le acque limpide.
L’integrità della persona umana risiede nel rapporto armonioso tra queste due forze spirituali. Senza la partecipazione dell’intelligenza, le intuizioni del cuore restano oscuri impulsi. Ugualmente, senza il cuore, che è il centro di tutte le attività e la radice profonda della propria vita, l’intelletto-spirito è impotente.
Il ritorno cosciente e volontario dell’intelletto-spirito verso gli abissi interiori del cuore esige il silenzio dell’anima. E’ in esso che lo spirito ha accesso al santuario mistico del cuore dove troverà il suo Dio.
E’ questo il vero digiuno, la santa “sobrietà” di coloro la cui anima si nutre unicamente di preghiera e di fede. La preghiera, in effetti, è opera della fede. Così la via spirituale dell’orante passa attraverso il deserto, ma non cammina certo nelle tenebre. La luce che lo guida è la fede. L’attenzione alla preghiera è, in realtà, un’attenzione nella fede.
Il primo frutto della preghiera, il primo segno sensibile del dono della grazia, che annuncia una trasformazione della natura stessa della preghiera è lo scoppio delle lacrime di pentimento. Le lacrime sono il segno del vacillamento degli strati profondi dell’essere, in cui sono inghiottiti come una lama che fonde, l’orgoglio e la fiducia in sé. Lì questa commozione, nel vero senso del termine, scioglie la durezza del cuore con il tocco della grazia divina. “Nel cuore di colui che versa delle lacrime di commozione risplendono i raggi del Sole della giustizia, Cristo Dio” (Serafino di Sarov). Nell’anima preparata a riceverLo per la fatica della preghiera, per la discesa dell’intelligenza nel cuore, il Santo Spirito può compiere il suo lavoro. Il Creatore ha agito per il “restauro”, come ha agito per la creazione.
Così, il primo e fondamentale dono della grazia è la restaurazione della natura spirituale dell’uomo, e la sua originaria integrità. L’intelligenza e il cuore, questi due poli della vita interiore, tornano ad essere un’unità armoniosa nella quale entrambe le tendenze opposte si fondono in modo sinfonico per costruire la persona nella grazia. Si tratta di una profonda trasfigurazione ontologica: un uomo nuovo nasce, nel quale sorgono delle facoltà, delle capacità, delle nuove visioni. In lui, il disordine antico dà posto a un nuovo ordine, dominato dalla coscienza della presenza di Dio. L’infante (in-fans) non è proprio l’essere che non può parlare, ma la nascita di questa nuova ed inesprimibile infanzia (cfr. Gv 3, 5-7). “In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque diventerà piccolo come questo bambino, sarà il più grande nel regno dei cieli. E chi accoglie anche uno solo di questi bambini in nome mio, accoglie me” (Mt 18,3).
La conseguenza più notevole di quest’unione del cuore e dell’intelligenza è la radicale trasformazione del carattere stesso della preghiera. Se questa era precedentemente un’opera laboriosa e talvolta dolorosa, essa ora sgorga spontaneamente, senza sforzo, riscaldando il cuore e riempiendolo di luce, di pace e di gioia. Mentre l’estasi è un dono raro, accordato solo ad alcuni, questo cambiamento della natura della preghiera è il segno più usuale, il più infallibile dell’azione della grazia a coloro che si dedicano all’opera spirituale. San Serafino di Sarov, senza dubbio ha dato a questa esperienza la più concisa e più perfetta espressione: “Quando il Signore riscalda il tuo cuore del calore della sua grazia e ti ristabilisce nell’unità del tuo spirito, allora questa preghiera dimorerà sempre con te, ti delizierai e ti nutrirà”.
I frutti della preghiera sono il calore spirituale, la serenità, il distacco dal mondo e soprattutto l’amore per Dio. In questa nuova vita, ogni possibilità di tentazione e di caduta non è esclusa. Ma colui che è visitato dalla grazia, ha la possibilità di lottare efficacemente contro i suoi nemici interni. Teofane il Recluso dice che la preghiera spirituale non esclude qualsiasi attività, ma solo quelle che fanno male o sono vane: “È sbagliato, scrive, credere che per compiere la preghiera spirituale bisogna essere seduti in un luogo segreto per contemplare Dio. Per pregare è necessario nascondersi nel proprio cuore”.
Senza dubbio, la preghiera richiede la concentrazione interiore e, di conseguenza, una certa solitudine. Ma se la completa solitudine è impossibile nel mondo d’oggi, ognuno può trovare delle “ore solitarie” durante le quali fortificherà e vivificherà in sé la preghiera, fino a quando, radicandosi nel suo cuore, l’accompagna anche nel mezzo del rumoroso mondo. Essa blocca un sacco di pensieri e parole vuote, vane o poco caritatevoli. Santifica la fatica e i rapporti quotidiani.
Una veglia silenziosa si manifesta attraverso il tumulto della vita quotidiana!
La rivelazione finale della preghiera è il dono del Santo Spirito. Anche se, secondo le parole di San Serafino, “con la preghiera, siamo in grado di dialogare con il Dio vivificante”, ogni preghiera si ferma quando Dio scende in noi con la sua grazia. Questo non è che il termine terrestre della preghiera, gli inizi delle illuminazioni del secolo a venire. La fine della preghiera annuncia, in verità, la fine dei tempi: la liberazione dell’intera Creazione dalla “schiavitù della corruzione, verso la libertà della gloria dei figli di Dio” (Rm 8, 21).
C’è separazione fra il Sole e i suoi raggi? No. Noi siamo la Luce del Divino che si esprime nella porzione densificata di un suo raggio, nella dimensione della materia. Non è possibile distaccarsi, essere qualcosa di diverso dall’Uno. E con ogni preghiera ri-attiviamo i potenziali puri che il Divino ha seminato nel multiuniverso e in noi. Pregare è creare! Quando una preghiera è pura vengono mosse enormi quantità di energia. Non è implorazione, ma il modo attraverso il quale ri-definiamo la creazione!
Non è peccato scegliere di modificare la nostra opera quando ci accorgiamo che non ci fa più crescere, gioire, star bene. Ne abbiamo il diritto, e se esprimiamo l’intento di porre la nostra volontà al servizio della volontà dell’Uno, ecco che avremo anche la certezza di non stare deformando l’armonia del cosmo a misura del nostro egoismo.
Nulla nasce e nulla muore, ma tutto si trasforma (Anassagora). Nella fede.




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Cristo Salvatore. Rublev - XV sec.
Fernanda Santobuono
Agosto '17