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Agosto '17

La lunga notte del Kosovo. Intervista al Patriarca Kirill dal quotidiano “Večernje Novosti”


Il 24 marzo ricorre una delle date più tragiche per la Serbia e per il mondo intero, il 13° anniversario dei bombardamenti di Belgrado e del Kosovo. Nel 1999, per 78 giorni, i bombardieri della Nato seminarono morte e distruzione nel corso di 30 mila incursioni aeree. Duemila e cinquecento morti, 13 mila feriti, infrastrutture smantellate, economia in ginocchio, scuole e ospedali in rovina, chiese rase al suolo, antichi monasteri abbattuti. La distruzione dei luoghi sacri è continuata anche dopo i bombardamenti, nonostante che molti fossero stati definiti dall’Unesco patrimonio dell’umanità.
In un’intervista rilasciata al quotidiano “Večernje novosti”, “Quotidiano della sera”, uno dei più popolari giornali della Serbia, il Patriarca di Mosca e di tutta la Russia Kirill ha ribadito che la Chiesa ortodossa russa non si limiterà ad esprimere la sua solidarietà ai serbi kosovari, ma continuerà a prestare loro tutto l’aiuto umanitario e materiale possibile. Nel 2010 la Russia ha aderito al programma dell’Unesco per la ricostruzione delle chiese abbattute e devastate dagli albanesi kosovari.
Il 2 marzo 2012 il presidente serbo Boris Tadic ha dichiarato che Belgrado non riconoscerà in alcun modo l'indipendenza del Kosovo, anche se intende continuare il dialogo con Pristina, nel rispetto della costituzione serba e degli interessi nazionali della Serbia. ''Su questo punto la posizione della Serbia è chiara: noi non riconosceremo mai l'indipendenza del Kosovo. Né mi aspetto che ciò diventi una condizione per la definizione di una data per l'avvio del negoziato di adesione alla Ue'', ha detto Tadic ai giornalisti a Belgrado all'indomani del sì di Bruxelles allo status di paese candidato per la Serbia. Il presidente ha osservato a questo riguardo come in seno all'Unione europea vi siano diversi paesi membri che non hanno riconosciuto il Kosovo né intendono farlo (Spagna, Romania, Grecia, Cipro, Slovacchia, ndr). Del resto, ha detto, in Europa vi sono “vari Kosovo”, alludendo ai non pochi conflitti e dispute di natura territoriale e interetnica presenti nel vecchio continente.
La condizione più importante per ottenere la data d'inizio del negoziato di adesione con la Ue, ha sottolineato Tadic, è la prosecuzione del dialogo con il Kosovo sui punti principali dell'energia, delle telecomunicazioni e della libera circolazione delle persone da parte della Kfor (truppe Nato) e Eulex (missione europea). ''La Serbia è pronta ad andare avanti su questa strada''.
Nell’annunciare le prossime elezioni parlamentari e amministrative del 6 maggio 2012, le autorità di Belgrado hanno detto che si voterà anche in Kosovo, una decisone questa criticata oltre che da Pristina, dalla Ue e dal resto della comunità internazionale. Ma il Kosovo non è uno Stato, né tantomerno è riconosciuto dalle Nazioni Unite.


Santità, come lei sa, i serbi del Kosovo e della Metohija recentemente hanno fatto appello al presidente Medvedev chiedendo la concessione della cittadinanza della Federazione Russa, e la risposta è già nota. I serbi si sono rivolti a voi, spinti dalla disperazione per la situazione in cui si trovano. Questa recente iniziativa dei serbi del Kosovo di chiedere la cittadinanza russa vuole essere un segnale forte, rivolto non solo alla Russia ma anche a tutta l’Europa. Le sue parole al nostro popolo e al paese sono sempre state un grande sostegno morale. Cosa vuole dire a tutti i cittadini della Serbia, e soprattutto ai fedeli ortodossi, per incoraggiarli in questo periodo difficile della storia?

I serbi che vivono in Kosovo e Metohija sono diventati ostaggio di un gioco geopolitico molto più grande di loro. Dinanzi all’indifferenza di parecchi paesi sono costretti a vivere in enclave circondate da elementi ostili e sicuri della propria impunità.
I nostri fratelli nella fede hanno il grande coraggio di non abbandonare le loro terre e i loro luoghi santi e vivono come i prigionieri di un campo di concentramento, ai quali viene negato persino il diritto fondamentale alla vita. Assistiamo ad un’ingiustizia clamorosa, all’uso di due pesi e due misure e alla menzogna da parte della politica, che a parole dichiara il suo sostegno agli ideali dell’umanesimo, ai diritti umani, ma di fatto chiude gli occhi dinanzi all’inferno perpetrato dagli estremisti con il supporto dei loro sponsor stranieri.
Il Signore disse a Paolo: “Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza” (2 Cor 12, 9). Quando tutte le risorse umane e le possibilità sono esaurite, quando sembra non esserci più alcuna speranza, allora vediamo l’aiuto di Dio, come ha detto il Signore all’apostolo Paolo. Nella storia russa, abbiamo molti esempi, quando il paese era sull’orlo della distruzione e della riduzione in schiavitù: il Periodo dei Torbidi del 1612 e l’intervento dei polacchi, nel 1812 l’invasione dell’esercito di Napoleone, nel 1941 le armate di Hitler nel territorio dell’Unione Sovietica. Più di una volta, il nemico era vicino al suo obiettivo, ma in contrasto con lo sviluppo logico degli eventi, la Russia ha respinto l’invasione ed è risorta dalle rovine e dalle ceneri. Un uomo di fede sa vedere in questi eventi la provvidenza di Dio e il Suo aiuto.
Non ho il diritto di dare consigli politici ai serbi del Kosovo. Tuttavia voglio dare un consiglio che è sempre attuale: quello di rivolgersi in preghiera a Dio, di chiedere a Lui il suo aiuto. E insieme a voi pregheranno i vostri fratelli nella fede in Russia, e credo in tutta la Chiesa universale. Nel Vangelo, nostro Signore Gesù Cristo molte volte ripete le parole: “Non abbiate paura”. Il timore del pericolo o delle minacce è un sentimento umano naturale. Ma il Signore è con noi sempre, e oggi dice ai serbi in Kosovo: “Non temete!”.
Sono profondamente grato ai serbi del Kosovo che hanno scritto una lettera a me e al Governo della Russia, al “popolo e ai fratelli russi “. Questa lettera contiene decine di migliaia di firme. E non ha lasciato nessuno indifferente.
I nostri cuori sono profondamente commossi da questo messaggio, che manifesta fiducia e amore per la Russia. In risposta, voglio dire che i fratelli della Chiesa Russa, il popolo ortodosso russo non vi abbandoneranno mai. Nessun beneficio terreno, nessun cambiamento della situazione politica potrà farci dimenticare la nostra secolare parentela spirituale.

La Russia attraverso i suoi canali diplomatici e politici sostiene i serbi del Kosovo che si trovano in una situazione difficile sotto tutti gli aspetti, sociali, economici, giuridici, psicologici. Quale sostegno possono aspettarsi i serbi del Kosovo da parte della Chiesa Ortodossa Russa?

La Federazione Russa fornisce un notevole sostegno ai serbi del Kosovo. Ad esempio, con l’intervento delle autorità russe presso l’Unesco è stato finanziato il restauro delle chiese ortodosse distrutte in Kosovo. Questa iniziativa è lodevole. Stiamo organizzando anche altre azioni volte a alleviare le sofferenze dei nostri fratelli serbi che vivono in Kosovo, in particolare la fornitura di aiuti umanitari.
Il Patriarcato di Mosca ha sempre sostenuto la posizione della Chiesa serba sullo status del Kosovo. Sulla scena internazionale molto ha fatto il mio predecessore, Sua Santità il Patriarca Alessio II, per proteggere la popolazione serba della provincia. In particolare, a questo tema ha dedicato una parte considerevole del suo discorso davanti all’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa a Strasburgo nel 2007. Ed anche io non smetto mai di proteggere i fratelli serbi nella loro lotta per il diritto di vivere nella terra dei loro padri.
E’ molto importante evitare la desolazione dei santi monasteri in Kosovo. Questo sarebbe un vero e proprio disastro spirituale e pregiudicherebbe gravemente il patrimonio ortodosso d’Europa. I monumenti di inestimabile valore creati dal popolo serbo in Kosovo e Metohija vivranno finché entro le mura delle chiese s’innalzeranno preghiere e le celle saranno piene di monaci. Abbiamo delineato misure specifiche per sostenere i monasteri del Kosovo. A riguardo io ho approvato un programma da realizzare nel 2012.
Più volte ho avuto l’occasione di visitare
il Kosovo, di parlare con i residenti locali, vedere in prima persona la loro difficile situazione. Quanto ho visto mi ha fatto una forte impressione. La Chiesa Ortodossa Russa è stata e sarà sempre vicina ai serbi del Kosovo, la nostra gente è entrata in empatia con loro, offre le sue ferventi preghiere perché la vita nella provincia del Kosovo migliori al più presto. In questa preghiera corale c’è anche la mia voce.

Come giudica le nuove richieste da parte di alcuni politici montenegrini sulla divisione del Montenegro dalla Chiesa Ortodossa Serba? L’ex primo ministro del Montenegro Milo Djukanovic di recente ha dichiarato che la storia mostrerà la validità della sua richiesta di dividere il Montenegro dalla Chiesa serba.

La storia ha dimostrato che i tentativi di alcune forze politiche di esercitare pressioni sulla Chiesa per cambiarne l’ordinamento canonico non portano a niente di buono.
Fortunatamente, in Montenegro ci sono molti politici di buon senso che condividono questa visione. Nel febbraio 2009 ho incontrato il Presidente della Repubblica del Montenegro Filipp Vujanovic. Ricordo che durante l’incontro, il signor Vujanovic ha dichiarato che la metropolia del Montenegro e del Mare (della Chiesa Ortodossa Serba) è l’unica istituzione ortodossa canonica in Montenegro, e ha sottolineato l’importanza del fatto che la diocesi si è sempre presa cura spirituale dei serbi e dei montenegrini.
Tutte le Chiese ortodosse ritengono che il Montenegro fa parte del territorio canonico del Patriarcato serbo, e i politici devono rispettare questa comune fede ortodossa.

Sappiamo che i rappresentanti della Chiesa ortodossa russa nei colloqui con i rappresentanti del Vaticano hanno sottolineato il fatto che sarebbe bene che il Papa dichiarasse apertamente che occorre difendere i monumenti cristiani e gli stessi fedeli in Kosovo. Il Pontefice precedente non ascoltò il saggio consiglio di Mosca. Come è cambiata la situazione con l’avvento del nuovo papa?

Quando sono iniziate le discussioni sulla questione del Kosovo, Papa Benedetto XVI, come è noto, ha assunto una posizione equilibrata su questo tema.
La Santa Sede si è astenuta finora dal riconoscimento ufficiale di questa parte della Serbia come stato indipendente. Inoltre, alla vigilia della proclamazione dell’indipendenza del Kosovo il Papa ha esortato la comunità internazionale a non essere precipitosi nella definizione finale dello status del territorio, sottolineando che in esso si trovano monasteri ortodossi che per i serbi hanno un significato storico e spirituale speciale.
Quattro giorni dopo la proclamazione dell’indipendenza del Kosovo nel febbraio 2008, Benedetto XVI ha ricevuto l’ambasciatore della Serbia presso la Santa Sede. Durante l’incontro, il Papa ha sottolineato che i serbi hanno sofferto molto nei conflitti degli ultimi decenni, e ha espresso preoccupazione per la situazione in Kosovo. Da allora ha ripetutamente parlato in difesa dei diritti della minoranza serba.
Come si spiega il fatto che i cristiani occidentali, vale a dire, i cattolici, non hanno voluto difendere le chiese ortodosse, cioè cristiane, in Kosovo? Esse infatti sono state bruciate e distrutte proprio nel momento in cui nel Kosovo sono arrivate le forze occidentali di pace.

Purtroppo, il mondo occidentale durante l’intervento delle forze della Nato sul territorio dell’ex Jugoslavia ha subito un massiccio attacco di informazioni in larga misura distorte. I media occidentali hanno per mesi esagerato volutamente informazioni tendenziose sulle “atrocità del regime di Milosevic” contro gli albanesi del Kosovo, esagerando il numero delle vittime della “pulizia etnica” effettuata dalla polizia serba nella provincia.
Tuttavia, l’azione militare in Kosovo ha provocato una reazione tutt’altro che univoca nel mondo occidentale cristiano. Molti cristiani in Occidente sono rimasti scioccati dalle scritte sulle bombe, “Buona Pasqua”, fatte dai militari americani.
Un certo numero di vescovi cattolici invece ha parlato a favore dell’autonomia del Kosovo, nella vana speranza di migliorare la vita della comunità cattolica della provincia.
Altri membri delle Chiese e comunità cristiane occidentali hanno ripetutamente espresso preoccupazione per gli atti di vandalismo compiuti dai combattenti estremisti albanesi contro i santuari antichi in Kosovo e le azioni militari della Nato. Quindi, credo, non dobbiamo imputare a tutti i cristiani d’Occidente la colpa della guerra. Queste azioni non sono state motivate da convinzioni religiose.

Recentemente, molti giornali hanno scritto sulla possibilità di un suo incontro con Papa Benedetto XVI. Siete ancora dell’idea che prima bisogna risolvere tutte le questioni controverse, perché altrimenti, questo incontro non ha senso?

Sì, io continuo a pensare che per il buon esito dell’incontro sia necessario, se non proprio risolvere tutte le questioni pendenti, almeno cominciare a risolverle.
I media sottolineano soltanto il lato sensazionale dell’incontro. Io non vorrei che questo incontro fosse ridotto soltanto a puro sensazionalismo. Perché questo incontro sia veramente utile per l’ulteriore sviluppo delle relazioni tra la Chiesa Ortodossa Russa e la Chiesa Cattolica Romana, è necessario lavorare insieme per migliorare radicalmente questi rapporti attraverso la risoluzione dei problemi esistenti tra noi.

Sotto il Papa precedente, i rappresentati del Vaticano hanno spesso detto di non poter far nulla per influenzare i greco-cattolici in Ucraina, che si erano impossessati delle chiese ortodosse. La situazione ora è cambiata o tutto rimane come un tempo?

Nonostante i greco-cattolici ucraini sottolineino fortemente la loro fedeltà al trono romano, nel contempo essi insistono sulla propria autonomia. Quando nel 1990 è stata istituita una commissione quadripartita per risolvere la situazione in Ucraina occidentale, composta dal Vaticano, dal Patriarcato di Mosca, dalla Chiesa Ortodossa Ucraina e da quella greco-cattolica, i greco-cattolici di fatto hanno boicottato i lavori. Noi di recente abbiamo proposto di far rivivere la commissione, ma la parte cattolica ha reagito alla nostra proposta in maniera piuttosto fredda.
Nei nostri contatti regolari con la leadership della Chiesa Cattolica Romana, abbiamo costantemente sollevato la questione della situazione delle chiese ortodosse in Ucraina occidentale. Sia il Papa, che i capi dei vari dicasteri vaticani, hanno espresso comprensione per le nostre preoccupazioni, ma il problema rimane ancora irrisolto.

A Graz, in Austria, nel 1997 era previsto un incontro del Patriarca russo con il Papa. Dieci giorni prima della data prevista, dal testo del documento che doveva essere firmato i cattolici cancellarono una parte riguardante i pericoli del proselitismo e il conflitto tra ortodossi e uniati in Ucraina. Negli anni ’90 in più di 200 città russe sono state aperte chiese cattoliche. Ora le posizioni di Mosca e del Vaticano riguardo al proselitismo sono più vicine, o tutto è rimasto uguale?

Va sottolineato che la situazione delle relazioni cattolico-ortodosse in Russia nel corso degli ultimi 10 anni è migliorata notevolmente. Il problema del proselitismo non è così grave come lo era negli anni ’90, quando i missionari cattolici venivano in Russia per fare opera di persuasione. Ha svolto un ruolo positivo il gruppo misto creato nel 2004 per affrontare i problemi nei rapporti tra Chiesa Ortodossa Russa e chiese cattoliche in Russia. E’ stata una buona piattaforma per una discussione aperta e onesta tra le due Chiese su temi particolarmente delicati, e per la formulazione di raccomandazioni congiunte per porre rimedio ai problemi.
Occorre sviluppare la collaborazione fra ortodossi e cattolici, che serbano la tradizione cristiana e hanno visioni molto simili dell’etica personale e sociale, del progresso tecnico e scientifico, della bioetica e delle altre sfide del nostro tempo. Sempre più urgente diventa il problema della cristianofobia, della persecuzione dei cristiani per la loro fede. Ritengo che una stretta interazione ortodosso-cattolica nel campo della difesa dei diritti dei cristiani sia importante, opportuna e ricca di prospettive.



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