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02/11/2021
Siria - Verso l'escalation


Damasco, 2 novembre 2021 – Nei prossimi giorni la situazione nella Siria settentrionale potrebbe peggiorare rapidamente. La Turchia ha dispiegato sul confine centinaia di soldati. Oltre 200 camion hanno portato fino alla provincia di Idlib munizioni, armamenti e strumentazioni belliche. Sputnik ha analizzato per voi i rischi di una ennesima escalation del conflitto.

Attacco generalizzato

La Turchia intende attaccare con un fronte molto esteso in grado di coprire due terzi di un confine lungo ben 910 km. Stando alle fotografie comparse sui social media, Ankara non si sta risparmiando: infatti, sta dispiegando carri armati, artiglieria, sistemi contraerei. L’ultima volta che la regione è stata interessata da una concentrazione così importante di truppe e armamenti è stato durante l’inverno del 2020, prima dell’operazione Spring Shield.
Anzitutto, secondo gli esperti, Ankara intende neutralizzare la minaccia rappresentata dai curdi stabilizzatisi nella Siria settentrionale. Tra il 2016 e il 2019 i turchi hanno conquistato alcune regioni e oggi controllano il confine in vari tratti.
Tuttavia, la striscia di confine è da anni in mano al gruppo turco Unità di Protezione Popolare (Ypg). Uno degli obiettivi principali della futura operazione è la città frontaliera di Kobane, situata a 415 km a nord-est di Damasco. I curdi la difendono dal 2012, prima dall’Isis* e poi dall’esercito turco.
Secondo quanto riportato dai media, Ankara intende prendere possesso dei territori a sud di Kobane per collegare le due regioni già sotto il suo controllo e consolidare, quindi, la sua posizione nella Siria settentrionale. La ragione formale a giustificazione dell’operazione militare sono gli attacchi che i curdi infliggono ai soldati turchi. «L’ultimo attacco ai nostri poliziotti e le incursioni ai danni dei nostri territori ci hanno fatto perdere la pazienza», ha dichiarato Erdogan.

Una questione di lunga data

Il secondo, meno evidente, obiettivo di Ankara è coprire i suoi proxy a Idlib da possibili attacchi di Damasco. Non è un segreto che negli ultimi mesi l’Esercito arabo siriano stia preparando un gruppo destinato a liberare la provincia problematica. Si è creato un peculiare e stratificato gruppo di militari turchi, gruppi fondamentalisti controllati da Ankara, bande disposte a combattere contro tutti e divisioni militari governative che agiscono con il supporto dell’Aviazione militare russa.
Tra l’inverno e la primavera del 2020 le truppe siriane hanno intrapreso una grande operazione di attacco che ha portato alla liberazione di 35 centri abitati e alla ripresa del controllo su 320 kmq. Entro la fine di gennaio, l’Esercito arabo siriano si era reimpossessato della città di Ma'arrat al-Nu'man, nella Siria occidentale, prendendo il controllo sul tratto autostradale Hama-Aleppo. Il 5 febbraio l’Esercito è entrato nel centro abitato chiave di Saraqib, snodo importante tra l’autostrada Aleppo-Hama e la Aleppo-Latakia.
Questo ha scatenato un certo malcontento di Ankara che ha richiesto, con un ultimatum, a Damasco il ritiro delle truppe dalle posizioni che prima dell’attacco i turchi controllavano. La Siria non ha reagito. Pertanto i turchi e i loro proxy hanno attaccato l’Esercito siriano su tutti i fronti. In risposta, il 27 febbraio, i siriani hanno bombardato un convoglio turco, uccidendo 33 tra soldati e ufficiali. Dopodiché, Ankara ha avviato l’operazione Spring Shield, in cui sono stati utilizzati massivamente i droni d’assalto Bayraktar TB2.
L’Esercito siriano ha perso posizioni. La situazione si è parzialmente stabilizzata il 5 marzo, dopo che a Mosca i Presidenti russo e turco hanno negoziato la tregua. Putin ed Erdogan hanno convenuto l’interruzione delle operazioni militari, il ritiro delle truppe e la creazione di un corridoio di sicurezza lungo l’autostrada Latakia-Aleppo. In quest’area è stato organizzato anche un sistema di pattugliamento congiunto.
La Russia vanta nell’area diversi interessi, che non sempre coincidono con quelli turchi. Di recente i media hanno riportato immagini raffiguranti caccia Su-35S dispiegati presso la base militare Qamishli, nella Siria settentrionale, che in passato l’aviazione russa non aveva mai utilizzato. L’Occidente ha interpretato queste immagini come un monito per la Turchia. Tuttavia, non è ancora chiara la posizione di Ankara.
Lo scorso martedì, il parlamento turco ha prorogato l’autorizzazione al ricorso dell’esercito in Iraq e Siria fino all’ottobre del 2023. Questa decisione è stata supportata dai deputati del Partito della giustizia e dello sviluppo (il partito di governo) e del Partito del movimento nazionalista. Si sono opposti il Partito popolare repubblicano e il Partito democratico dei Popoli pro-curdo. Chiaramente Erdogan fa affidamento sui suoi alleati politici e conta di guadagnare punti nei sondaggi di opinione grazie a una piccola vittoria.
Tuttavia, un attacco turco potrebbe contravvenire agli interessi americani, i quali stanno da tempo e in maniera coerente supportando i curdi siriani, considerandoli alleati. Probabilmente Ankara ha deciso di forzare la situazione per crearsi degli ulteriori assi nella manica durante le trattative tra Erdogan e Biden, che dovrebbero tenersi a Glasgow durante la conferenza dell’Onu sui cambiamenti climatici dall’1 al 12 novembre.
Non è la prima volta che il leader turco utilizza la forza militare per conseguire degli obiettivi politici. Si ricordi, ad esempio, che Ankara ha già dispiegato importanti contingenti militari nei pressi della frontiera siriana a settembre, proprio una settimana prima dell’incontro di Erdogan con Putin.

*Organizzazione terroristica estremista illegale in Russia e in altri Paesi.

(Fonte: it.sputniknews.com)


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Il confine tra Siria e Turchia. © Sputnik. Hikmet Durgun.
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