ELEOUSA magazine
Agosto '17

Il contributo della Russia alla pace nel mondo. Discorso di Vladimir Putin all'Assemblea Generale dell'Onu


Il 29 settembre, il presidente Vladimir Putin, per la prima volta negli ultimi dieci anni, ha tenuto il suo discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York. La prima volta è stata nel 2005. Il discorso si è incentrato sul ruolo centrale della Russia nello scenario internazionale e sulla necessità di tenere il Paese nella giusta considerazione. La relazione è stata circondata da un clima di crescente aspettativa e speranza, il quale ha interessato buona parte degli attori mondiali. Tutti i leader intervenuti prima di Putin hanno menzionato chi più chi meno nei loro discorsi la Seconda guerra mondiale; come tributo al giubileo, da un lato, e dall’altro come «ponte» verso la contemporaneità, in cui i problemi legati alla prevenzione delle guerre, delle aggressioni e delle altre tragedie umanitarie continuano a restare attuali e sono in parte determinati dalla scarsa efficienza operativa dell’Onu. Un organismo, che a quanto si sostiene, dovrebbe essere da tempo riformato, ma finora non si è trovata una soluzione diversa da quella pensata alla Conferenza di Yalta, menzionata da Putin nel suo discorso. A detta del Presidente della Federazione Russa il sistema Yalta è stato un travaglio espiato con due guerre mondiali e ha preservato il mondo da sconvolgimenti su larga scala. Sarà sotto l’egida dell’Onu e del diritto internazionale che la lotta contro il terrorismo dovrà essere portata a compimento oggi, ha detto Putin. «Chi pensa di poter agire indipendentemente dalle regole comuni è avvisato. Con la Russia attuale non si può farlo. Prescindere da essa, e dai suoi “legittimi interessi” non sarà consentito».


«Il 70° anniversario della fondazione delle Nazioni Unite è una buona occasione per fare il punto della situazione sul passato e parlare del nostro comune futuro.
Nel 1945 i Paesi che sconfissero il nazismo collaborarono insieme per ricostruire le solide fondamenta dell’ordine mondiale successivo alla Seconda guerra mondiale. Lasciate che Vi ricordi che le decisioni fondamentali sui principi che riguardano questa cooperazione e la creazione delle Nazioni Unite furono prese nel nostro Paese, a Yalta, all’incontro dei capi della coalizione anti-hitleriana.
Il sistema di Yalta è stato effettivamente sofferto. È nato al costo di milioni di vittime e di due guerre mondiali che hanno spazzato il pianeta nel XX secolo. Siamo onesti: le Nazioni Unite hanno aiutato l’umanità ad attraversare tempi difficili, eventi drammatici negli ultimi settant'anni. Hanno salvato il mondo da sconvolgimenti su larga scala.
Le Nazioni Unite sono uniche nella rappresentazione di legittimità e universalità. È vero che ultimamente le Nazioni Unite sono state ampiamente criticate per non essere state sufficientemente efficienti e per avere mancato al dovere di assumere decisioni su certe problematiche fondamentali a causa di insormontabili differenze, tra alcuni membri del Consiglio di Sicurezza in primis.
Vorrei comunque sottolineare che ci sono sempre state differenze in seno alle Nazioni Unite durante i settant'anni della sua esistenza, il diritto di veto è sempre stato esercitato dagli Stati Uniti, dall’Inghilterra, dalla Francia, dalla Cina, dall’Unione Sovietica, dalla Russia.
È assolutamente naturale per i rappresentanti di una siffatta organizzazione. Quando le Nazioni Unite furono create, i suoi fondatori non pensarono che ci sarebbe stata sempre unanimità, la missione dell’organizzazione è cercare e trovare compromessi, la sua forza deriva dal prendere in considerazione differenti punti di vista e opinioni. Le decisioni discusse all’interno delle Nazioni Unite possono essere intese come risoluzione o meno. Come dicono i diplomatici, «può passare come può non passare». Qualunque azione uno Stato intraprenda per scavalcare questa procedura è illegittima e va contro lo statuto delle Nazioni Unite e il diritto internazionale. Sappiamo tutti che dopo la fine della Guerra Fredda, ne siamo tutti consapevoli, è apparso un singolo centro di dominazione mondiale. Coloro che si trovarono ai vertici della piramide furono tentati di pensare che, se erano così forti e eccezionali, ne sapevano di più, e non dovevano più confrontarsi con le Nazioni Unite che, invece di autorizzare e legittimare automaticamente le decisioni necessarie, spesso creavano ostacoli, o, per così dire, erano d’intralcio.
È ormai facile notare che le Nazioni Unite, nella loro forma originale, sono diventate obsolete, avendo raggiunto la loro missione storica. Ovviamente il mondo sta cambiando e le Nazioni Unite devono adattarsi a questa trasformazione naturale. La Russia è sempre pronta a lavorare assieme ai suoi interlocutori sulla base di un largo consenso; tuttavia consideriamo i tentativi di minare la legittimità di altre nazioni come estremamente pericolosi. Simili tentativi potrebbero portare al collasso dell’intera architettura delle relazioni internazionali: non ci sarebbero più regole se non quella della forza. Sarà un mondo dominato dall’egoismo invece che dal lavoro di squadra, un mondo sempre più caratterizzato da direttive invece che da uguaglianza. Ci sarebbero meno democrazia, quella autentica, e meno libertà, ci sarebbe un mondo dove Stati indipendenti sarebbero rimpiazzati da protettorati e territori controllati dall’esterno.
Che cos’è dunque la «sovranità nazionale»? Come menzionato dai miei colleghi prima di me, è la libertà, la libertà per ogni persona, nazione o Stato di scegliere il proprio destino. Lo stesso vale per la questione della legittimità dell’autorità di Stato. Non si dovrebbe giocare con le parole o manipolarle, ogni termine dovrebbe essere chiaro e trasparente per la legge internazionale, dovrebbe avere un criterio uniformemente comprensibile.
Siamo tutti diversi e dovremmo rispettare queste differenze. Nessuno ha l’obbligo di adeguarsi ad un singolo modello di sviluppo che qualcun’altro ha riconosciuto una volta per tutte come l’unico giusto. Tutti noi dovremmo ricordare cosa ci ha insegnato il passato, ricordare anche episodi passati della storia dell’Unione Sovietica, esperimenti sociali esportati per ottenere cambiamenti politici in altri Paesi, basati su preferenze ideologiche, che hanno spesso portato a tragiche conseguenze e a degradazione invece che a progresso. Tuttavia, nessuno sembra imparare dagli errori altrui, ma li ripete solo. Ed ora l'esportazione della cosiddetta rivoluzione «democratica» continua.
Sarebbe sufficiente osservare la situazione in Medio Oriente e in Nord Africa. Certamente i problemi politici e sociali nella regione si sono accumulati nel corso del tempo e la popolazione desiderava cambiamenti. Ma cosa è successo alla fine? Invece di portare riforme, un’aggressiva interferenza straniera ha prodotto una flagrante distruzione delle istituzioni nazionali e della vita stessa. Invece del trionfo della democrazia e del progresso, abbiamo ottenuto la violenza, la povertà e il disastro sociale. E a nessuno è importato nulla dei diritti umani, incluso il diritto alla vita.
Non posso che chiedere a coloro che hanno causato questa situazione: vi rendete conto adesso di ciò che avete fatto? Ho tuttavia il timore che nessuno mi risponderà. Infatti, politiche basate sulla presunzione, sul credersi eccezionali e sul godere l’impunità, non sono mai state abbandonate a tutt'oggi.
È chiaro, ormai, che il vuoto politico creato in alcuni Paesi del Medio Oriente e del Nord Africa ha prodotto l’emergere di aree in cui vige l’anarchia: quest’ultime hanno cominciato immediatamente a popolarsi di estremisti e terroristi. Decine di migliaia di soldati combattono sotto la bandiera del cosiddetto «Stato Islamico». Tra le sue fila ci sono anche ex soldati iracheni che sono stati lasciati per strada dopo l’invasione dell’Iraq nel 2003. Molte reclute arrivano anche dalla Libia, un Paese il cui Stato è stato distrutto in palese violazione della risoluzione delle Consiglio delle Nazioni Unite del 1973. Ed ora tra i ranghi degli estremisti ci sono i membri della cosiddetta opposizione siriana «moderata», sostenuti dai Paesi occidentali.
Prima vengono addestrati e armati poi passano allo «Stato islamico». A parte questo, lo «Stato Islamico» non è arrivato dal nulla. È stato creato come strumento per far leva contro regimi secolari indesiderati. Avendo stabilito un punto d’appoggio in Iraq e Siria, lo «Stato islamico» comincia ad espandersi attivamente in altre regioni. Cerca la dominazione nel mondo islamico e pianifica di andare ben più distante. La situazione è più che pericolosa.
Sarebbe un'azione ipocrita parlare di terrorismo internazionale e chiudere gli occhi sui finanziamenti a tale terrorismo: droga, armi, petrolio. È anche ipocrisia manipolare tali gruppi nella speranza di distruggerli dopo.
A coloro che lo pensano e lo fanno vorrei dire: cari signori, avete a che fare con persone crudeli, ma non stupide. Sono intelligenti quanto voi e non saprete mai chi sta manipolando chi. I recenti dati sui trasferimenti di armi a questa opposizione «moderata» ne sono la prova migliore. Crediamo che qualsiasi tentativo di giocare con i terroristi, compreso il rifornimento di armi, sia non solo miope, ma potrebbe anche accendere la miccia.
Tutto ciò potrebbe potrebbe portare ad un incremento drammatico della minaccia terroristica e ad una espansione verso nuove regioni, visto che lo «Stato islamico» addestra i propri soldati in vari Paesi, inclusi i Paesi europei.
Sfortunatamente la Russia non fa eccezione. Non possiamo permettere a questi criminali, che conoscono l’odore del sangue, di tornare a casa e continuare le loro malefatte. Noi non vogliamo questo. Dopotutto, nessuno lo vuole, non è forse vero? La Russia si è sempre opposta con fermezza e coerenza al terrorismo in tutte le sue forme. Oggi stiamo fornendo assistenza militare e tecnica sia in Iraq che in Siria, dove stanno combattendo gruppi terroristici. Pensiamo sia un enorme sbaglio rifiutarsi di collaborare con il governo siriano e le sue forze armate, che stanno combattendo il terrorismo con valore, faccia a faccia. Dovremmo poi riconoscere che nessuno, tranne le forze armate del presidente Assad e le milizie curde, stia combattendo veramente lo «Stato islamico» e le altre organizzazioni terroristiche in Siria.
Proponiamo di lavorare insieme per affrontare le nuove sfide che abbiamo di fronte.
Cari colleghi! Devo notare che l’approccio diretto che la Russia ha avuto è stata oggetto di pretesto per accusarla di crescenti ambizioni (come se coloro che sostengono tutto ciò non ne avessero affatto). Comunque, il problema non riguarda le ambizioni della Russia ma il riconoscere il fatto che non possiamo più tollerare l’attuale situazione nel mondo.
In sostanza suggeriamo che dovremmo essere guidati da valori comuni e comuni interessi invece che da ambizioni. Dobbiamo unire i nostri sforzi per affrontare i problemi che ciascuno di noi fronteggia sulla base del diritto internazionale, e con tutta onestà creare una vasta coalizione internazionale contro il terrorismo. Simile alla coalizione anti-hitleriana, questa potrebbe unire una larga porzione delle forze che sono desiderose di resistere con risolutezza a coloro che, come i nazisti, seminano malvagità e misantropia.
Naturalmente i Paesi musulmani sono chiamati a giocare un ruolo fondamentale nella coalizione, soprattutto perché lo «Stato islamico» non solo li minaccia direttamente, ma dissacra per giunta una delle più grandi religioni del mondo con crimini sanguinosi. L’ideologia dei fondamentalisti fa una caricatura dell’islam e perverte i suoi autentici valori umanistici. Vorrei rivolgermi ai capi religiosi dei Musulmani: la vostra autorità e la vostra guida è oggi molto importante. È essenziale evitare che la gente reclutata dai fanatici possa prendere decisioni sconsiderate. E quelli che sono già caduti nell’inganno e che, a causa di varie circostanze, si trovano fra i terroristi, devono essere aiutati a trovare la propria strada per una vita normale, deponendo le armi e mettendo fine alla lotta fratricida.
Nei prossimi giorni la Russia, come presidente del Consiglio di Sicurezza, convocherà quanto prima un incontro fra ministri per analizzare in maniera globale le minacce in Medio Oriente. Prima di tutto, proponiamo di discutere se sia possibile convergere su una risoluzione che consenta di coordinare le azioni di tutte le forze che contrastano lo «Stato Islamico» e le altre organizzazioni terroristiche. Anche in questo caso, tale coordinamento deve basarsi sui principi della Carta delle Nazioni Unite.
Mi auguro che la comunità internazionale sarà in grado di sviluppare una strategia complessiva di stabilizzazione politica e di ripresa sociale ed economica del Medio Oriente. Se questo avvenisse, non ci sarebbe bisogno di nuovi campi profughi. Oggi il flusso di persone costrette a lasciare la loro madrepatria ha letteralmente congestionato l’Europa. Ora sono centinaia di migliaia, ma presto potrebbero essere milioni. Di fatto, è una nuova, grande e tragica migrazione di popoli ed è una severa lezione per tutti noi, compresa l’Europa.
Considero estremamente importante ripristinare le istituzioni statali in Libia, sostenere il nuovo governo dell’Iraq e fornire completa assistenza al legittimo governo della Siria.
Vorrei sottolineare che i rifugiati, indubbiamente, hanno bisogno della nostra compassione e del nostro sostegno. In ogni caso, l’unico modo per risolvere questo problema alla radice è ripristinare l’autorità statale dove è stata distrutta, rinforzare le istituzioni governative, garantire un’assistenza completa, militare, economica e materiale, ai Paesi che si trovano in una situazione difficile e, certamente, a quei popoli che non hanno abbandonato le loro case nonostante tutte le prove.
Naturalmente ogni assistenza a Stati sovrani può e deve essere offerta, ma non imposta, ed esclusivamente e solamente in ossequio alla Carta delle Nazioni Unite. In altre parole, tutto quanto viene fatto e sarà fatto in questo campo, nella misura in cui osserverà le norme del diritto internazionale, meriterà sostegno. Tutto quanto, al contrario, contravverrà la Carta delle Nazioni Unite sarà respinto.
Cari colleghi, il compito fondamentale della comunità internazionale, guidata dalle Nazioni Unite, rimane il mantenimento della pace, la stabilità regionale e globale. Crediamo che questo significhi creare uno spazio di sicurezza equa ed indivisibile, che non sia tale per pochi, ma per tutti. Si, è un impegno faticoso, difficile e richiede tempo, ma semplicemente non ci sono alternative.
Tuttavia, c’è ancora il modo di ragionare per blocchi contrapposti come al tempo della Guerra Fredda e il desiderio di esplorare nuove aree geopolitiche è ancora presente fra alcuni dei nostri colleghi. In primo luogo, la Nato continua la sua linea di espansione. La domanda allora è: per quale motivo accade questo se il Patto di Varsavia non esiste più e l’Unione Sovietica si è dissolta? Ciononostante la Nato non solo è rimasta ma continua ad espandersi ed aumenta le sue infrastrutture militari.
In secondo luogo, hanno offerto ai Paesi dello spazio post sovietico una scelta ingannevole: essere con l'Occidente o con l'Oriente. Prima o poi questa logica di confronto è destinata a produrre una grande crisi geopolitica. Questo è esattamente quanto accaduto in Ucraina, dove il malcontento popolare nei confronti delle autorità al potere è stato strumentalizzato e dove è stato orchestrato dall’esterno un colpo di stato militare che ha prodotto, come risultato, una guerra civile.
Crediamo che solo una piena e leale attuazione degli accordi di Minsk del 12 febbraio 2015 possa porre fine al bagno di sangue e consentire di uscire dal vicolo cieco. L’unità territoriale dell’Ucraina non può essere assicurata con le minacce e la forza delle armi. Quello che serve è una sincera attenzione per gli interessi ed i diritti della gente della regione del Donbass, e il rispetto per la loro scelta. Bisogna concordare con loro, come previsto dagli accordi di Minsk, gli aspetti fondamentali del sistema politico del Paese. Questi passi garantiranno la crescita dell’Ucraina come Paese civile, come un ponte essenziale nella costruzione di un comune spazio di sicurezza e di cooperazione economica in Europa e in Eurasia.
Signore e signori, ho menzionato volutamente il comune spazio di cooperazione economica. Non molto tempo fa sembrava che nella sfera economica, con le sue oggettive leggi di mercato, ci saremmo abituati a vivere senza linee di divisione. Che avremmo agito nella trasparenza e sulla base di regole concordate, inclusi i principi dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, che affermano la libertà di commercio e di investimento in un contesto di libera competizione. Ma al giorno d’oggi le sanzioni unilaterali, che aggirano la Carta delle Nazioni Unite, sono diventate un elemento quasi fisso del panorama. Oltre a perseguire obiettivi politici, queste sanzioni servono come mezzo per eliminare la concorrenza.
Mi piacerebbe sottolineare un altro segno di crescente «autoreferenzialità economica». Alcuni Paesi hanno scelto di creare associazioni economiche chiuse ed «esclusive», governate da regole stabilite nei retroscena, al segreto dagli stessi cittadini di quei Paesi, dal grande pubblico e dalla comunità degli affari. Altri Stati, i cui interessi potrebbero essere danneggiati, non sono informati di nulla. Sembra che dobbiamo essere per forza messi davanti al fatto compiuto, al cambiamento delle regole in favore di un ristretto gruppo di privilegiati, senza che l’Organizzazione Mondiale del Commercio abbia nulla da obiettare. Questo processo potrebbe sbilanciare completamente il sistema commerciale e disintegrare lo spazio economico globale. Sono argomenti che toccano gli interessi di tutti gli Stati e influenzano il futuro dell’economia mondiale nel suo complesso. Ecco perché proponiamo di discuterli all’interno delle Nazioni Unite, dell’Organizzazione Mondiale del Commercio e del G20.
Contro la politica di «limitazione», la Federazione Russa propone di armonizzare i progetti economici regionali. Mi riferisco alla cosiddetta «integrazione delle integrazioni», basata su regole di commercio internazionale universali e trasparenti. Per esempio vorrei menzionare i nostri piani di interconnettere l’Unione Economica Euroasiatica e l’iniziativa cinese della Cintura Economica della Via della Seta. Crediamo ancora che l’armonizzazione dei processi di integrazione fra l’Unione Economica Eurasiatica e l’Unione Europea sia una prospettiva molto promettente.
Signore e signori, questi argomenti che pesano sul futuro di tutti i popoli, includono la sfida dei cambiamenti climatici globali. È nel nostro interesse che la conferenza che si terrà a Parigi a dicembre possa concludersi con un successo. Come parte del nostro contributo nazionale, abbiamo in programma di ridurre entro il 2030 le emissioni di gas serra del 70-75 percento rispetto ai livelli del 1990.
Suggerisco, comunque, che si assuma una visione più ampia dell'argomento. Si, possiamo differire il problema per qualche tempo stabilendo quote sulle emissioni dannose o adottando altre misure che hanno un valore solo temporaneo. Ma non risolveremo il problema. Ci serve un approccio totalmente diverso.
Dobbiamo concentrarci sull’introduzione di tecnologie innovative, che non danneggino l’ambiente, ma che siano in armonia con esso. Queste tecnologie potrebbero ristabilire l’equilibrio fra biosfera e tecnosfera, alterato dalle attività umane. È davvero una sfida di portata planetaria, ma ho fiducia che il genere umano ha il potenziale intellettuale per affrontarla.
Dobbiamo unire i nostri sforzi. Mi appello, prima di tutto, ai Paesi che hanno una solida base di ricerca scientifica e che hanno compiuto progressi significativi nelle scienze fondamentali. Proponiamo di organizzare uno speciale centro di confronto sotto gli auspici delle Nazioni Unite, per una valutazione complessiva delle materie correlate con il depauperamento delle risorse naturali, la distruzione dell’ambiente e i cambiamenti climatici. La Russia sarebbe pronta a co-sponsorizzare un simile centro.
Signore e signori, colleghi, a Londra, il 10 gennaio 1946, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite tenne la sua prima sessione. Zuleta Ángel, diplomatico colombiano, presidente della commissione preparatoria della prima Assemblea Generale delle Nazioni Unite , aprì la sessione offrendo, credo, una concisa definizione dei principi basilari che le Nazioni Unite dovrebbero seguire nella loro azione: sfidare le doppiezze e gli inganni in spirito di cooperazione. Oggi, le sue parole sono una guida per noi tutti.
La Russia crede nel grande potenziale dell'Onu, che dovrebbe aiutarci ad evitare un nuovo confronto globale e ad impegnarci in una cooperazione strategica. Assieme agli altri Paesi lavoreremo con costanza per rafforzare il suo ruolo di coordinamento centrale. Ho fiducia che lavorando assieme faremo del mondo un luogo pacifico e sicuro, e forniremo le condizioni per lo sviluppo di tutti gli Stati e le Nazioni. Grazie».




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Il presidente della Federazione Russa Vladimir Putin all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite
Tre copechi russi del 1928
New York - Putin durante il suo discorso all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite.
Agosto '17


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