ELEOUSA magazine
Agosto '17

Che cos'è l'Ortodossia? Il tempo divino-umanizzato. Testo di Gabriel Patacsi


Ogni giorno, sempre più, comincio
a sentire nella mia anima
l’immensa bellezza e la grandezza
della Chiesa ortodossa, sperando, nella
misericordia di Dio, di poter un giorno essere
libero nella sua libertà.
Essendosi trovata per lunghi secoli nella
“cattività babilonese”, la Chiesa ortodossa
ha perduto tutto. Ma ha salvato la sua
anima, il suo cuore, cioè possiede tutto. Essa
non ha mai perduto il senso dell’eterno,
poiché non ha voluto lasciare che il tempo
entrasse nel suo seno se non in forma
deificata. Il suo è stato e resta unicamente il
tempo “divino-umanizzato”.
Ed è proprio in ciò che risiede la sua
possibilità latente e la sua forza d’attrazione
per il cuore umano stanco e triste.
Questo senso dell’eterno, nel mutamento
del tempo, e la discrezione, propria della
Chiesa ortodossa e grazie alla quale essa
non s’impone mai all’uomo, neppure con la
minima violazione della libertà - in quanto
lascia a ciascuno, in ogni istante, il diritto
di scegliere tra il rientro nella comunità
conciliare (sobornaja) o la rovina nel tragico
deserto dell’individualismo - tutto ciò è
precisamente la gioia della mia anima. Ed è
la grande speranza per l’avvenire.
Là dove sembra che non ci sia alcuna
speranza, comincia la vera esistenza e la vita
di un credente. Quando vengono meno tutte
le autorità esteriori, allora nasce la Chiesa.
Tu mi dici: Io scelgo questa o quella via,
perché amo la bellezza spirituale. Forse
sarebbe meglio dire: Io scelgo questa o
quella via, poiché le radici del mio essere
hanno una fame o una sete insaziabili.
La fede si scopre ogni giorno, altrimenti
si muore ogni giorno. Ho paura della morte
quotidiana.
In questi giorni ho sentito dire ad un
monaco dell’Athos, il padre Paisios: “Le
persone vivono ed arrivano alla fine della
loro vita senza sapere quali forze atomiche
hanno in esse”.
Una volta un prete mio amico mi aveva
detto: “Il cibo cambierà la tua filosofia della
vita”. Allora sorrisi su queste parole, ma ora
non sorrido più.
Si tratta di un realismo profondo e, se
vuoi, d’un materialismo ortodosso, ma di
un materialismo che libera la natura umana
e l’uomo per un incontro esistenziale con
il suo Signore e Liberatore, sul limite del
Creato e dell’Increato.
Il digiuno è la liberazione della materia
dal determinismo storico e fisico. Senza
questo realismo profondo non si può
comprendere il mistero della libertà e
della fede. Se manca il digiuno, la pietra si
trasforma in pane e le pietre in una serie
di pani, come voleva il diavolo (Mt 4, 3).
Ma per questa stessa ragione l’uomo si
trasforma in pietra e la storia umana è una
serie di pietre.
Io sono stanco di questo “Cristo
ecumenico”, che assomiglia, press’a poco,
alla Trimurtis indiana, poiché sempre
più ogni giorno perde la sua ipostasi e si
disincarna a poco a poco.



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