ELEOUSA magazine
Agosto '17

A proposito di comunicazione... La verità è tutto: ragione, bene, forza, vita, felicità


Lettera di Pavel Florenskij alla figlia Olja
Solovki – dalle isole del martirio
N. 9 – 22 febbraio 1935

Cara Olja,
quando leggi un’opera, cerca di capire com’è costruita dal punto di vista della struttura e, più precisamente, quale fine ha uno o l’altro particolare della struttura. Da questo punto di vista, particolarmente interessanti sono le fratture dell’esposizione, le ripetizioni, gli spostamenti nel tempo e nello spazio e,soprattutto, le contraddizioni. Spesso si cerca di spiegare le contraddizioni con la lotta di alcune versioni: trame embrionali che irrompono in quella principale. Dal punto di vista psicologico, ciò probabilmente succede spesso; l’essenziale, però, non è da dove sia venuto nella struttura un certo tema della trama, ma perché, per quale motivo esso è mantenuto dall’autore, nonostante la sua contraddizione con il tema principale. Quando invece la si esamina per bene, si vede che tale contraddizione serve a intensificare l’effetto estetico dell’opera, e che essa, la contraddizione, aguzza l’attenzione. Si può dire che quanto più grandiosa è un’opera, tante più contraddizioni si possono trovare in essa; e ciò, più di una volta, ha dato ai critici stupidi occasione di accusare i grandi creatori (a partire da Omero, e poi Goethe, Shakespeare e altri) di incapacità, disattenzione e addirittura di irriflessione. Ciò è un profondo errore. Di grandi contraddizioni abbondano perfino opere matematiche e fisico-matematiche, anche quelle più rilevanti, come il Trattato sull’elettricità e sul magnetismo di Clarke Maxwell, o gli scritti di Kelvin. Un bacio forte a te.

L’idea di contraddizione, ossia di antinomia, rappresenta una delle idee-chiave dell’intero pensiero di Florenskij e, in particolare, della sua ermeneutica. Egli cercò di elaborare la dottrina delle antinomie già nel saggio Antinomie cosmologiche di I. Kant (1909) e, soprattutto, nella sua prima grande opera La colonna e il fondamento della verità (1914), dove il tema delle antinomie viene affrontato all’interno di un discorso di carattere gnoseologico e teologico. Padre Pavel considerò l’importanza e l’attualità di questo tema non solo dal punto di vista teoretico, ma, prima di tutto, dal punto di vista esistenziale e ciò in un duplice senso. Egli, in primo luogo, fu convinto che le antinomie fanno parte della vita vissuta qui sulla terra: “Negli umori - tendenze contrastanti, nella volontà – desideri contrari, nei pensieri – idee contraddittorie. Le antinomie frazionano tutto il nostro essere, tutta la vita creata. Dappertutto e sempre contraddizioni” (La colonna e il fondamento della verità, cit., 551). In secondo luogo, Florenskij riconosceva nelle antinomie una realtà particolarmente legata alla sua esistenza. Antinomico – scrive nei Ricordi – era il suo sangue, in cui confluivano il sangue russo, ereditato da parte di suo padre, e quello armeno e forse anche semitico e africano, ereditato da parte di sua madre; antinomica era la natura del luogo della nascita a Evlach, dove la steppa, ricca di una flora rigogliosa, era circondata da due catene di montagne coperte di neve; antinomico era persino il tempo della sua nascita, avvenuta in una notte di luna, neanche quando il sole era alto nell’orizzonte, ma al tramonto, quando in un’aria morente palpitava l’inizio di una nuova vita (cfr. Ai miei figli…, cit., 92, 276-278). Quanto alla dottrina florenskijana delle antinomie, essa afferma che ogni scienza, nel tentativo di formalizzare i dati acquisiti grazie al contatto con la realtà concreta, deve fare i conti con il fatto che la “vita è infinitamente più ricca delle definizioni razionali e perciò nessuna formula può contenere tutta la pienezza della vita” (La colonna e il fondamento…, cit., 194). Partendo da questa convinzione Florenskij arriva a formulare l’idea fondante della sua gnoseologia e, di conseguenza, anche dell’ontologia: “Una formula intellettuale può essere superiore agli attacchi della vita solo se accoglie in sé tutta la vita, con tutte le sue varietà e le contraddizioni presenti e future. Una formula intellettuale può essere verità solo se, per così dire, prevede tutte le obiezioni a tutte le risposte. Ma per prevedere tutte le obiezioni bisogna assumerle non già nella loro concretezza, ma coglierne il limite. Ne deriva che la Verità è un giudizio che racchiude in sé anche il limite di tutto ciò che lo può cassare, in altre parole, che la Verità è un giudizio auto contrario” (La colonna e il fondamento…, cit., 194). Secondo Florenskij, le antinomie sono qui sulla terra ineliminabili, ma l’uomo può “salvarsi” da esse se accoglie la grazia di Dio di giungere alla visione mistica della Verità, ossia di entrare nell’intimità dell’Amore trinitario. Un Amore che, vissuto nella dinamica dell’essere-Uno e dell’essere-Tre-diversi, è l’Origine, il Mistero e la Misura definitiva della vita stessa.
Non può esistere infatti una metafisica esteriore riguardo al centro della nostra vita che conduca alla Verità. Può esistere solo una metafisica che venga dalla Verità stessa, che si dipani dalla nostra esperienza della Verità, poiché la Verità non può essere derivata dalla combinazione di materiale fattuale e, se anche lo fosse, non potremmo riconoscerLa. E’ lo scopo che determina i mezzi. E la conquista dello scopo ci rende diversi quanto alla struttura del nostro spirito. Lo scopo per cui viviamo determina il sistema di pensiero che dipende dal sistema della nostra vita spirituale, da quel centro cui essa è rivolta. Le forme del sistema di pensiero sono un complesso di leggi, di fasi umanitarie e del nostro stato d’animo, che è passeggero. “Conoscete la Verità, e la Verità vi farà liberi”, vi libererà dalla schiavitù: questo è l’oggettivismo delle leggi del pensiero. Conoscendo la Verità e guardando a se stessi da discosto, lo spirito cresce oltre se stesso, e se un tempo ciò pareva incomprensibile, a un secondo livello esso parrà chiaro.
Alludendo alla sua stessa esperienza, Florenskij descrive un tale stato d’animo nel capito terzo (Triunità) di La colonna e il fondamento della Verità: “L’uomo che pensa ha già capito che non possiede nulla su questa sponda, ma per imboccare il ponte che porta al di là ci vuole sforzo ed energia. E se questo dispendio fosse vano? Non è forse meglio, pur torcendosi per i dolori dell’agonia, restare al di qua del ponte? E se lo si imbocca, vi si dovrà forse camminare tutta la vita aspettando eternamente di raggiungere l’altra riva? Ma che cosa è meglio: morire perennemente e forse, in vista della terra promessa, gelare nel freddo del nulla assoluto e bruciare nella fornace perenne dell’epoché pirronistica, oppure spendere le ultime energie, forse per una chimera, un miraggio che si allontanerà man mano che si tenta di raggiungerlo? Io rimango qui; eppure una tormentosa brama e un’improvvisa speranza non mi danno pace. Allora balzo in piedi e mi metto a correre. Ma il freddo di una disperazione altrettanto improvvisa mi taglia le gambe, una paura senza confini si impossessa dell’anima: corro, corro indietro. Andare o non andare, cercare o non cercare, sperare o disperare, temere di spendere le ultime energie e perciò spenderne dieci volte di più correndo avanti e indietro. Dov’è una via d’uscita? Dov’è uno scampo? A chi ricorrere per aiuto? “Signore, Signore, se esisti, aiuta la mia anima folle, vieni Tu stesso, Tu stesso conducimi a Te! Salvami che io lo voglia o non lo voglia. Concedimi di vederti, come Tu puoi e sai. Attirami a Te con la forza e il dolore!”. In questo grido di suprema disperazione è il principio di uno stadio nuovo del filosofare, il principio della fede viva. Io non so se la Verità esista o meno, ma con tutto il mio essere sento che non posso farne a meno; so che, se esiste, per me è tutto: ragione, bene, forza, vita, felicità. Forse non esiste, ma io l’amo più di tutto ciò che esiste, mi unisco a lei come se già esistesse, l’amo con tutta l’anima e con tutta la mente, per lei rinuncio a tutto, perfino ai miei quesiti e ai miei dubbi. Pur dubitando, mi comporto con lei come se non dubitassi; stando sulle rive del nulla, cammino come se già mi trovassi sull’altra riva, nel paese della realtà, della giustificazione avvenuta, della conoscenza”.



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Pavel Florenskij
Solovki - Monastero della Trasfigurazione
Solovki - Isole del martirio
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